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Stupidità americana

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 6 de julho de 2012

(originale in portoghese)

Se c’è una cosa ovvia, è che la narrativa predominante nei mass-media, nello show business e negli ambienti intellettuali, quando già non sta determinando il corso degli avvenimenti politici, finirà per determinarlo prima o poi.

Negli USA, da almeno tre decenni questa narrativa riproduce punto per punto, senza citare la fonte ovviamente e senza, è chiaro, imitarne lo stile, il discorso della propaganda anti-americana posta in circolazione dal governo dell’URSS fin dalla fine della II Guerra mondiale.

Non c’è accusa, non c’è mito dispregiativo, non c’è stereotipo diffamante comprovato come comunista che non sia stato assorbito dalle grandi agenzie formatrici di opinione in America e ripassato alla popolazione come autentico prodotto made in USA, proveniente dal senso comune o convinzione spontanea delle persone perbene. Dagli episodi McCarthy, Alger Hiss e Rosenberg in avanti, non c’è stata menzogna sovietica che non fosse allegramente sottoscritta dallo establishment, per poi venire smentita da prove documentali irrefutabili solo trenta o quaranta anni dopo, troppo tardi ormai perché i suoi effetti politici potessero venire disfatti. (cfr. Ronald Radosh, The Rosenberg File, 1997; E. Stanton Evans, Blacklisted by History, 2007; Christina Shelton, Alger Hiss: Why He Chose Treason, 2012).

Poiché la materia prima di questi inganni appare sempre rimodellata in linguaggio locale e adattata ai sentimenti usuali del pubblico americano, nessuno o quasi si ricorda di ripercorrere le tracce della loro origine. Chi lo facesse dovrebbe finire per concordare con ciò che disse Malachi Martin: che durante tutto il secolo scorso c’è stata solo una forza agente sullo scenario internazionale: l’URSS. I personaggi intorno non hanno avuto iniziativa propria: si sono limitati ad adattarsi, alla meno peggio e in modo disastroso, alle situazioni create dai direttori di scena sovietici, i cui calcoli anticipavano le loro reazioni e ne approfittavano.

Tutto quello che in Occidente si è venduto, si è lodato e si è criticato sotto il nome di “anticomunismo” non è mai stato altro che una risposta debole e tarda di vittime attonite a una strategia ampia e di lunga scadenza, la cui portata forse nemmeno arrivavano comprendere.

Poche cose illustrano così chiaramente la nozione di “risposta passiva” come la politica americana di “contenimento”, che pretese tracciare limiti all’espansione dell’Impero sovietico, politica che all’epoca il provincialismo occidentale esaltò come un capolavoro di genialità strategica e l’ipocrisia comunista, trattenendo a stento il riso, condannò come la quintessenza della intrusione imperialistica yankee. Tutto quello che essa ottenne fu di limitare l’azione dell’Occidente stesso, mentre l’URSS spargeva liberamente i suoi tentacoli in Asia, Africa, in America Latina e, è chiaro, nelle alte sfere intellettuali e mediatiche degli USA.

Però, forse il capolavoro di patetica impotenza è stata l’insistenza dei governi occidentali nella falsa furberia di gettare contro l’URSS gli “anticomunisti di sinistra”. Facevano questo nella speranza dichiarata di dividere le file comuniste, quando in verità tutto ciò che quei sinistristi democratici proponevano stava già integrato di anticipo nei piani sovietici per la grande farsa della “caduta dell’URSS”, che in meno di un decennio avrebbe trasfigurato la morte apparente del movimento comunista in una resurrezione trionfale e in una successione di vittorie spettacolari (cfr. Jean-François Revel, La Grande Parade: Essai sur la Survie de l’Utopie Socialiste, 2000), ivi compresa, subito dopo, l’elezione di uno dei suoi maggiori fedeli servitori alla presidenza degli USA.

Perfino i conservatori più certificati insistono nel vedere le trasformazioni sinistrizzanti della società e della politica americane come risultato di processi autoctoni, di azione dei loro odiati liberals, senza voler ammettere che questi ultimi mai, mai hanno avuto l’iniziativa intellettuale di tali processi, limitandosi a fare da cassa di risonanza e a ripassare, nel linguaggio tradizionale della democrazia, gli slogans e le frasi-fatte della propaganda comunista internazionale. Ipnotizzati da una specie di patriottismo cognitivo, la crema del conservatorismo americano si immagina che nel loro paese risieda la fonte creatrice di tutto ciò che di buono o di cattivo accada nel mondo, e così finisce per lanciare sui veri autori della trama un manto di invisibilità protettrice. Impegnati ossessivamente, soprattutto, a rifuggire l’etichetta di “teorici del complotto”, quei devoti guardiani dell’americanismo si attaccano alle spiegazioni  che sembrino più verosimili al pubblico generale, cioè, ai meno qualificati per dare opinioni in materie tanto complesse e labirintiche. Per paura di diventare oggetto delle risate degli ignoranti, si abbassano di proposito al livello della stupidità media, sacrificando la loro intelligenza in un rituale di auto-castrazione davanti all’altare delle apparenze rispettabili.

Volete un altro esempio? Testimonianze e ancora testimonianze, documenti e ancora documenti comprovano che il radicalismo musulmano non è sgorgato spontaneamente dalla società islamica, dalla cultura islamica, ma è stato creato dai serivizi di intelligence sovietici e viene ancora alimentato e monitorato da agenti russi (si legga Ion Mihai Pacepa  e Claire Berlinski). Nonostante questo, il governo americano continua a trattare Vladimir Putin come partner fidatissimo, mentre gli intellettuali conservatori producono tonnellate di retorica piissimamente cristiana per gettare la colpa del terrorismo in tradizioni coraniche di quattordici secoli, aiutando l’azione della KGB-FSB a coprirsi del travestimento islamico che stava esattamente nei loro piani fin dall’inizio.

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