Ho già detto altre volte di aver tentato, trent’anni fa, una pietosa carriera scacchistica, raggiungendo una stiracchiatissima 2a categoria nazionale. Altri interessi e altre scelte mi fecero lasciare, nel famoso 1989, l’agonismo.
Gli scacchi sono sempre restati nel cassetto segreto del mio cuore, un fuoco che anche quando lo penso spento, basta che vi arrivi il venticello del Campionato mondiale o di qualche torneo importante, si riaccende. Lo confesso, gli scacchi ogni tanto mi fanno passare qualche ora a seguire tali eventi ogni tanto in internet (meraviglia delle meraviglie), dove si trovano ormai vari siti che danno le mosse in diretta, con tanto di commenti di Grandi Maestri (il massimo titolo a cui si può arrivare negli scacchi) e analisi di vari motori specializzati.

Ma l’aspetto che mi ha sempre affascinato è che, sebbene sulla scacchiera avvengano scontro di una violenza che solo chi sa giocare se ne rende conto, fuori di essa gli scacchi hanno conservato un codice sportivo meraviglioso. Non solo, ma sempre c’è tra gli scacchisti un clima di fraternità, di amicizia che va al di là davvero di ogni differenza ideologica o di razza etc. Anche durante i momenti più difficili della Guerra Fredda, quando l’URSS monopolizzava il mondo scacchistico e quando i motivi politici parevano prenderne il sopravvamento, c’è sempre stato a livello personale grande rispetto e profonda stima.

Ci sono, è vero, delle smagliature. RIcordo un fortissimo giocatore ai miei tempi che non faceva mai tornei “ufficiali” dove si passa di categoria per poter fare i tornei come inclassificato e vincere facilmente i premi (in genere non alti, ma insomma) delle categorie inferiori. Un’altra volta, durante un torneo, un mio avversario, a una mossa dal cadere in una “trappola teorica” della Francese che non conosceva, a causa di un mio sorriso troppo rapido, si alzò per andare in bagno toccando la spalla al fratello (giocatore molto più quotato) che dopo tre minuti andò pure lui in bagno. Dopo una decina di minuti tornarono, prima l’uno e poi l’altro, e il mio avversario non cadde nella trappola. La partita finì in una patta.

Ecco, queste sono le uniche cose “sporche” che ricordo. Ma sia il furbetto che questi due fratelli erano conosciuti come persone “così”, eppure tutti ci giocavamo ugualmente, il gusto di stare insieme in silenzio a spingere pezzi di legno su e giù era incomparabile.

Ma perché dico tutto questo? Perché al Campionato francese di scacchi, uno dei più importanti in questo momento perché i suoi giocatori sono tra i più interessanti del panorama scacchistico europeo, al penultimo turno vi erano al primo posto 4 giocatori a pari merito. Poi una tragedia immane. Il piccolo figlio di 4 mesi del GM Christian Bauer (uno dei 4) è improvvisamente deceduto. La Federazione francese ha annullato ovviamente l’ultimo turno, fissando una data per lo spareggio tra gli altri tre. Il vincitore riceve comunque vari soldini, ci sono gli sponsor, etc.

Gli altri tre invece si sono rifiutati di giocare e alla fine hanno convinto la Federazione a non fare lo spareggio e a dichiarare campioni ex-aequo i primi quattro, fra cui appunto Bauer. Stamani è stata comunicata la notizia della decisione della Federazione.

Abituati ad altre logiche, in molti altri sport, questa isola di umanità e calore mi ha fatto iniziare la giornata con un grato sorriso. Il motto degli scacchisti, gens una sumus, è proprio bello. Che tutti gli scacchisti lo sappiano o no, resta il fatto che la base è un Padre comune, riconosciuto per un paio di millenni da questa vecchia Europa, e che è ancora il tessuto di fondo che permette gesti di questo tipo.

Nonostante le forze che ogni giorno lavorano per strappare dalla socieità ogni memoria di questa eredità di umanizzazione, che proviene da 2000 anni di cristianesimo (per poi far finta di stupirsi del nostro precipitare verso forme di disumanità sempre crescenti), vederne ancora i riflessi qua e là è come un pieno di speranza per i miei polmoni interiori.

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