Non entro, naturalmente, nel merito tecnico dei test di ammissione a Medicina. Il mio rapporto con i medici è quello di un quasi cinquantenne alle prese con la percezione sempre più viva di quanto il proprio corpo stia iniziando a dare vari e inequivocabili segnali di usura. Un caro amico medico chiama questo ipocondria, ma i medici, come è noto, non ci comprendono…

Ebbene, ho letto questo articolo. E dico:

Spero invece che i medici siano familiari con la tragedia greca e la letteratura: che crea delle anime grandi, macrotimiche, dove dentro possano entrare tante cose: pazienti compresi.

Spero che i medici siano familiari con la filosofia, quella vera, quella forma lo spoudaios, l’uomo colto e cortese, pienamente umano, che comprenda la vera realtà di chi gli sta intorno, non quel surrogato con il quale alimenta le “sue” opinioni il nostro primario.

Spero che la base umanistica formi dei medici capaci di reagire a cretinate come quelle di questo primario, che ritiene inutile sapere del taoismo per la medicina (quando magari ci sono anche in Oriente delle cose da imparare, non so…) epperò trova essenziale per lo studio dell’arte di Ippocrate che lo studente sappia di “Galileo e dei dogmi della Chiesa”.

Vorrei dei medici che abbiano affinato la loro anima con Dostoevskij e i grandi dilemmi di Sofocle per poter rispondere “ai temi etici delle staminali”, e non con la Repubblica e Quark, come evidentemente ha fatto il primario in questione.

Spero che un medico sappia apprezzare le variazioni di ritmo e di velocità, e di passione, che D’Annunzio è riuscito a darci con La pioggia nel pineto, piuttosto che sapere la cosa fondamentale e decisiva per un medico: conoscere il nome del direttore del New York Times.

Che sappia un minimo di latino, per gridare con me O tempora, o mores

Annunci