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Quello che sta succedendo

Escrito por Olavo de Carvalho | 29 Agosto 2012

(originale in portoghese)

La mitologia infantile che la gente consuma sotto il nome di “giornalismo” insegna che il leitmotiv della storia mondiale dall’inizio del secolo XX è stato il conflitto tra “socialismo” e “capitalismo”, conflitto che sarebbe arrivato a una risoluzione nel 1990 con la caduta dell’URSS. 

Da allora, dice la leggenda, viviamo in pieno “impero del libero mercato” sotto l’egemonia di un “potere unipolare” − la maledetta civiltà giudaico-cristiana personificata nell’alleanza USA-Israele contro il quale si sono alzati tutti gli amanti della libertà: Vladimir Putin, Fidel Castro, Hugo Chávez, Mahmud Ahmadinejad, i Fratelli Musulmani, il PT, la SlutWalke il Gruppo Gay della Bahia.

La dose necessaria di stupidità necessaria per credere a tutto questo non è misurabile da nessun standard umano. Eppure, non conosco un solo giornale, telegiornale o corso universitario, in Brasile, che trasmetta al suo pubblico una versione differente da questa.

La versione di questa storiellina è diventata obbligatoria non solo come espressione della verità dei fatti, ma come misura per verificare la sanità mentale: andarvi contro significa essere diagnosticato, immediatamente, come un pazzo paranoico e “teorico del complotto”.

Siccome a queste etichette mi ci sono già abituato e iniziano perfino a  piacermi, mi prendo la libertà di passare al lettore, in versione orribilmente compatta, alcune informazioni basilari e arciprovate, ma, lo riconosco, difficili da far entrare in un cervello pigro.

La suprema elite capitalista dell’Occidente – i vari Morgan, os Rockefeller, gente di questo calibro – non ha mai mosso un dito a favore del “capitalismo liberale”. Al contrario: ha sempre fatto di tutto per promuovere tre tipi di socialismo: il socialismo fabiano in Europa occidentale e negli USA, il socialismo marxista in URSS, in Europa orientale e in Cina, e il nazionalsocialismo in Europa centrale. Spese, per questo, fiumi di soldi. E così creò il parco industriale sovietico, al tempo di Stalin, l’industria bellica del Führer e, più recentemente, la potenza economico-militare della Cina.

Nei conflitti tra i tre socialismi, quello fabiano è sempre stato il vincitore, perché è l’unico che ha al suo servizio la tecnologia più avanzata, una strategia flessibile per tutte le situazioni e, meglio di tutto, tutto il tempo del mondo (il simbolo del fabianismo è una tartaruga). 

Il nazismo, compiuta la sua missione di liquidare le potenze europee e dividere il mondo tra la elite occidentale e il movimento comunista (precisamente secondo il piano di Stalin), venne buttato nel cestino della spazzatura della Storia; dalla fine della II Guerra Mondiale fino alla fine degli anni ’80, è sopravvissuto solo una forma evanescente di “neonazismo”, un fantasma azionato dai governi comunisti per spaventare i bambini e sviare l’attenzione.

Il fabianismo non è mai stato nemico del socialismo marxista: al contrario, lo adora e lo coltiva, perché l’economia marxista, incapace di progresso tecnologico, gli garantisce mercati assicurati. E anche perché ha sempre considerato il comunismo uno strumento della propria strategia globale.

I comunisti, è chiaro, rispondono con la stessa moneta, tentando di usare il socialismo fabiano per i loro fini e infiltrandosi in tutti i partiti socialisti democratici d’Occidente. 

Gli inevitabili punti di attrito sono messi sul conto della “famelicità capitalista”, fortificando l’autorità morale dei comunisti davanti agli idioti del Terzo mondo e, al contempo, aiutando i fabiani a stringere i controlli statali sulle economie d’Occidente, strangolando in questo modo il capitalismo col pretesto di salvarlo.

Sono i “veri credenti” del liberalismo economico quelli che ci rimettono le penne: senza potere sufficiente per interferire nelle grandi decisioni mondiali, sono diventati mera forza ausiliare del socialismo fabiano e, in generale, nemmeno se ne accorgono, da quanto è orribile questa prospettiva per le loro anime sincere.

A volte, però, la concorrenza fraterna tra fabiani e comunisti salta: con la caduta dell’URSS, quelli pensarono che era giunto il momento di raccogliere il lucro della loro lunga collaborazione con il comunismo, e piombarono sulla Russia come avvoltoi, comprando tutto a prezzo stracciato, comprese le coscienze dei vecchi comunisti.

Il nucleo della elite sovietica, però, il KGB, non accettò di adattarsi al ruoilo secondario che adesso gli era destinato nella nuova tappa della rivoluzione mondiale. Ammise la sconfitta del comunismo, ma non la propria. Alzò la testa, reagì e creò dal nulla una nuova strategia indipendente, più ostile all’Occidente di quanto mai lo sia stato il comunismo.

Il fabianismo, che mai volle litigare con nessuno e sempre risolvette tutto sulla base della seduzione e dell’accomodamento (tra l’altro con Stalin e Mao), finalmente ha incontrato un opponente che non accetta negoziazioni. La “Guerra Fredda” fu, in gran parte, pura finzione: l’elite occidentale concorreva con il comunismo senza però fare nulla per distruggerlo. Al contrario, lo aiutava realmente. Putin non è un concorrente: è un nemico vero, pieno di rancore e sogni di vendetta.

La vera “Guerra fredda” sta iniziando solo adesso − e, tra l’altro, è iniziata subito calda. La concorrenza tra “capitalismo” e “socialismo” è stato solo un velo ideologico a uso e consumo delle moltitudini, ma la lotta tra Oriente e Occidente è sul serio. 

Non per pura coincidenza, l’ago della bilancia è il Medio Oriente, che si trova a metà cammino tra i due blocchi. Lì le nazioni musulmane dovranno decidere se continuare a servire come docile strumento nelle mani dei russi, accettare un accomodazione con l’elite fabiana o se vogliono davvero fare del mondo un vasto Califfato. 

L’elite occidentale, che parla per bocca del sig. Barack Hussein Obama, sembra decisa a farla pendere in quest’ultima direzione, per motivi che sfuggono al mio desiderio di comprenderli, di tanto maligni e imbecilli sono.

Questo, cari lettori, è quello che sta succedendo, e nulla di tutto questo leggerete sulla Folha de São Paulo o nel O Globo. [perché noi, sul Corriere o sulla Repubblica? NdT]

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