Vista corta e vista ancora più corta

Escrito por Olavo de Carvalho | 03 Setembro 2012
(originale in portoghese)

Il libro cinese dei 36 stratagemmi insegna: “Qualsiasi fenomeno all’inizio è un germe, poi finisce per diventare una realtà che tutti possono constatare. Il saggio pensa a lunga scadenza. Ecco perché presta molta attenzione ai germi. La maggioranza degli uomini ha una vista corta. Aspetta che il problema diventi evidente, e solo allora lo attacca”. Le due domande che il passo suggerisce sono:

1) Dove sono i germi?

2) Quando i problemi diventano evidenti, appaiono chiari a tutti al contempo?

La risposta alla prima domanda non è molto difficile. Tutte le situazioni storico-politiche nascono dall’azione umana, e l’azione nasce da una speculazione di possibilità. Chi specula possibilità sono gli intellettuali, in una gamma che va dagli studenti logorroici, passando per gli ideologi di partito, fino ai periti e ai consiglieri dei potentati della politica e della finanza, culminando nei circoli discreti, e perfino semi-segreti di intelligenze privilegiate (come ad esempio la Fabian Society del 1883, il nucleo fondante della Scuola di Francoforte, il gruppo di Stefan George o la tariqah di Frithjof Schuon). Delle idee che circolano in tali ambienti, alcune sono dimenticate, alcune si modificano fino a diventare irriconoscibili, altre finiscono per trasformarsi in forze politiche in un periodo minimo di trent’anni.

Non esiste un solo partito, campagna o movimento che non abbia iniziato così, con un chiaro low profile. L’analista che vuol sapere in quale direzione stia andando la politica, o da dove sta venendo, deve quindi interessarsi di una vasta rete di discussioni che, per i mass-media normali, è completamente invisibile: essa appare solo in libri di pochi lettori, riviste accademiche, pubblicazioni minuscole, siti specializzati, conversazioni personali, documenti riservati

.Quando le opinioni degli intellettuali brillano in televisione o sui giornali, è perché non sono più germi: sono aspetti e sintomi del fatto consumato, a volte impegnati, precisamente, a nasconderne le origini. È per questo che l’usuale commento politico, semplice riciclaggio stilistico del notiziario della sera prima, quasi mai azzecca nel prevedere perfino gli sviluppi più inevitabili della situazione.

Ancora negli anni ’50 il risorgimento dell’Islam come decisiva forza politica, considerato inevitabile da una mezza dozzina di studiosi, sembrava un’ipotesi mitica agli occhi dei grandi luminari dell’informazione. La caduta dell’URSS prese i giornalisti di sorpresa, così come, dieci anni dopo, il rinascimento mondiale di una sinistra che essi immaginavano defunta. Perfino oggi ci sono alcuni che si rifiutano di percepire la mano del KGB nella premeditazione della perestroika, o la sorgente globalista di movimenti come il gayzismo e le quote razziali. E non c’è bisogno che ricordi ai lettori che il Foro de S. Paulo ha iniziato ad apparire su O Globo e su Veja quando ormai dominava metà dell’America Latina, saltando quindi, miracolosamente, dalla inesistenza alla gloria, senza fermate intermedie.

Le idee, è chiaro, non sorgono come proposte politiche pronte, ma come interpretazioni della realtà, delle quali si possono dedurre proposte politiche diverse e, a volte, anche nessuna.  La trasformazione di una cosa in un’altra è un processo lento, sottile e complicato. La stessa disciplina chiamata “storia delle idee” è male equipaggiata per tenerlo sotto controllo. Ottimi esempi di studi con buon esito in questa area sono Fire in The Minds of Men, di James Billington, e Libido Dominandi, di E. Michael Jones, ma anche in questi morceaux de bravoure non esorcizzano dal mio cervello quel sentimento di frustrazione che Ortega y Gasset così riassumeva: “non si è mai scritto un libro che spiegasse in modo soddisfacente perché qualcuno fece qualcosa”.

L’analisi politica, anche praticata con il maggior scrupolo metodologico, è ben lontana dall’essere una scienza: al massimo è un empirismo organizzato.

La seconda domanda si base sull’osservazione che i fatti evidenti non diventano evidenti per tutti allo stesso tempo. Governanti, comandanti militari, capi di servizi segreti, big shots della finanza, per quanto lenti siano i loro cervelli, vengono a conoscenza delle cose prima della popolazione in generale, perché hanno dei consiglieri ben pagati con l’incarico di informarli. Hanno quindi il tempo e i mezzi per decelerare la divulgazione dei fatti, o di ordinare di rimodellarli perché sembrino un’altra cosa.

Quando, dopo anni, lo scandalo esplode agli occhi della popolazione, è perché ormai è già troppo tardi per fare qualsiasi cosa a rispetto. E anche allora le parti più importanti della storia resteranno nascoste, dimenticate o incomprese.

Nel 1993, quando per obblighi professionali studiavo giorno e notte l’epidemia di CPI (Commissione Parlamentare di Inchiesta), due cose mi erano già chiare: 1) fondato su un efficiente servizio privato di informazioni, il PT preparava la presa della macchina dello Stato e 2) già si proteggeva in modo anticipato contro le inchieste. Usava le leggi come una scala per elevarsi sopra di esse. Il futuro Mensalão [recente scandalo (2005) ancora sotto la Presidenza Lula, in cui apparve che deputati dell’opposizione ricevevano un “salario mensile” dal PT per votare a favore delle leggi dell’esecutivo, NdT] stava lì, in germe. Ma la differenza tra ciò che lessi nei documenti di fonte primaria e quello che usciva sui mezzi di informazione era tale, che il partito di Zé Dirceu [allora ministro (PT) di Lula accusato di essere il capo di questo schema di corruzione, NdT] appariva alla fine proprio l’ultimo bastione della moralità nel mezzo della ruberia generale.

Sono passati quasi vent’anni prima che la sconcertante realtà delle cose diventasse evidente agli occhi della moltitudine. La vista corta della quale parlano gli stratagemmi cinesi diventa sempre più corta nella misura in cui si scende dalle alte sfere all’illusorio mondo dell’elettore comune.

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