Rileggo Dante (Par XXII, 133-5)

Col viso ritornai per tutte quante/le sette spere e vidi questo globo/tal ch’io sorrisi del suo vil semblante

E al v. 151 l’aiuola che ci fa tanto feroci

E mi vien da pensare: Dante, su suggerimento di Beatrice, guarda il cammino fatto fino a quel momento: dalla beatitudine, dalla bellezza del luogo dove si trova sente la immensa pace della contemplazione. E il mondo, con tutte le sue beghe e la sua confusione, sotto di sé, appare piccolo piccolo. Cosa è tutto l’affannarsi disperato visto da questa altezza? (in nota leggo una citazione di Cicerone, dal Somnium Scipionis: “Iam ipsa terra ita mihi parva est, ut me imperii nostri…poeniteret”).

Sarà un poco la stanchezza che inizia a farsi sentire; saranno queste cicale che accompagnano l’arrivo della sera; saranno le due conferenze a cui ho assistito oggi (del segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede: una pubblica e una ristretta a pochi invitati): non tanto per il contenuto di esse, ma per le domande stupidamente provocatorie che gli sono state fatte, che hanno risaltato una devastazione cerebrale impressionante, l’intelligenza in piana metastasi… ma io ho sentito un profondissimo desiderio di allontarmi da questo pianeta, di vederlo nelle sue vere dimensioni, di non dimenticarmi mai il vero luogo dove il mio “disio e il velle” ruoteranno liberamente, perfettamente attratti da ciò che sempre ricerco, anche stasera: nella mia stanchezza, nel silenzio bordato dalle cicale, nello scoraggiamento davanti all’avanzare della imbecillità rivolzionaria, in questo desiderio di solitudine e di silenzio. Perché invento principio seu primo, videlicet Deo, nichil est quod ulterius quaeratur.

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