Il mio giochetto preferito. Dire delle cose, essere preso per paranoico, complottista, etc.; aspettare, vedere accadere le cose e dire “visto?”. Solo che nel frattempo, le menti di chi mi diceva complottista sono mutate e rispodono “anche io lo avevo già detto!”, oppure continuano a dire: sì questo era chiaro, però queste ulteriori cose, noooo, non è possibile, sei un complottista etc. Ok. Ecco qua un articolo scritto da Olavo nel febbraio dello scorso anno (2011). Non è scritto adesso, è scritto più di un anno fa. Poi riprenderò con alcune osservazioni.

Pericolo in vista

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 7 de fevereiro de 2011

(originale in portoghese)

Assassinati da compatrioti fanatici, Anwar El-Sadat e Yitzhak Rabin pagarono il prezzo più alto per la pace, ma il periodo di validità del prodotto che comprarono si sta esaurendo velocemente. La caduta di Hosni Mubarak ritira dallo scenario uno dei pochi ostacoli che ancora ritardavano la costituzione della grande unità strategica islamica destinata a instaurare il Califfato Universale, e detto en passant, spazzare via Israele dalla mappa. Alcuni fattori, che le menti illuminate dei commentatori internazionali come di costume non vedono neppure di lontano, contribuiscono ad elevare all’ennesima potenza la pericolosità del momento.

I Fratelli Musulmani, matrice ideologica delle forze rivoluzionarie nel mondo islamico, forse non ha dato l’impulso iniziale alla ribellione egiziana, ma è di sicuro l’unica organizzazione politica in grado di approfittare del caos e dominare il paese dopo l’uscita di Mubarak. Il governo americano sa perfettamente questo e vede di buon occhio l’ascensione dei Fratelli Musulmani, provando ancora una volta che Barack Hussein Obama lavora volutamente a favore dei nemici dell’Occidente. I tranquillizzanti discorsi depistanti emessi dal Dipartimento di Stato negli ultimi giorni sono così contraddittori che equivalgono a una confessione di falsità: prima giuravano che i Fratelli Musulmani restavano ai margini degli avvenimenti; poi, quando è diventato impossibile continuare a crederci, hanno iniziato ad assicurare che l’organizzazione era cambiata, che era diventata mite e pacifica come un agnellino. Commentatori ostili al governo hanno osservato che, nel mettersi contro Mubarak, Obama copiava l’esempio di Jimmy Carter, che, ugualmente con il pretesto di aiutare la democrazia, aiutò a rovesciare un governo alleato per fare dell’Iran uno dei più terribili nemici degli USA e una dittatura mille volte più repressiva di quella del vecchio Scià. La differenza, io credo, è che Carter sembra che abbia agito con stupidità genuina, mentre Obama, che ha avuto la sua carriera sostenuta da un principe saudita filo-terrorista, e i cui legami con la sinistra radicale sono tra le più compromettenti che si possa immaginare, segue evidementemente un piano razionale concepito per indebolire la posizione del suo Paese nel quadro internazionale mentre, al contempo, demolisce sistematicamente l’economia al suo interno.

La politica agricola del governo Obama sembra essere stata calcolata per alimentare la ribellione. L’Egitto, paese desertico, dipende essenzialmente dal grano americano, il cui prezzo è salito del 70% negli ultimi mesi, mentre il dollaro scendeva di valore, creando una situazione insostenibile per gli egiziani. Con mesi di anticipo, analisti economici avvisavano che la cosa sarebbe esplosa.

Ribellioni simili stanno iniziando in altri paesi islamici, come Tunisia, Giordania e Yemen, sempre dirette dai Fratelli Musulmani, alleati di Hamas e di altre organizzazioni terroriste. Lo stato di panico che si è sparso tra quei governi può essere valutato dal fatto che negli ultimi mesi hanno importato grano come non mai, rendendo difficile ancora di più la vita degli egiziani.

Ma anche unificato attorno al progetto del Califfato Universale, l’Islam non rappresenterebbe un grande pericolo strategico a breve scadenza per l’Occidente, ma nulla di ciò che avviene nel mondo islamico è isolato dalla grande strategia “eurasiana” che orienta oggi i governi della Russia e della Cina. L’idea si è originata nel “nazional-bolscevismo”, un sincretismo ideologico creato dallo scrittore Edward Limonov e dal filosofo Alexandre Duguin negli anni ’80. Partendo da uno schema brutalmente stereotipato dell’Occidente, estratto dal libro di Sir Karl Popper, “La società aperta e i suoi nemici”, Limonov sognava una alleanza mondiale tra tutti i virtuali nemici della mentalità scientifico-relativista occidentale, ossia, tutti gli amanti di “verità assolute”. Poiché l’obiettivo era soltanto distruggere il relativismo − e, di rimbalzo, la civiltà basata in esso −, poco importava a Limonov che i vari assoluti convocati alla lotta si contraddicessero tra di loro: la fraternità negativa poteva includere in sé, senza il minimo scrupolo di coerenza, comunisti e tradizionalisti cattolici, nazisti, fascisti, islamisti, induisti, ammiratori di René Guénon e Julius Evola, etc. Come su tutto questo non fosse sufficientemente elastico, la santa unione ancora riceveva a braccia aperte tutti i tipi di odiatori dell’America, perfino se sprovvisti di qualsiasi assoluto identificabile: punks, “ribelli senza una causa”,militanti Black Power e così via. Nell’onda dell’antiamericanismo che si è sparso per il mondo dopo la dissoluzione dell’URSS, l’offerta di soffocare vecchi antagonismi sulla base dell’odio a un nemico comune apparve come un sollievo a molta gente, specialmente a guénoniani ed evoliani, che, ostili al “mondo moderno” in generale, hanno visto qui il rimedio al loro angosciante senso di isolamento.

Il “nazional-bolscevismo” era soltanto una ideologia, ma A. Duguin (un cervello molto più consistente di quello di Limonov), è riuscito a superarlo e ad assorbirlo in una formidabile sintesi strategica, l’ “eurasianismo”, che oggi orienta la politica internazionale di Vladimir Putin e la cui prima vittoria decisiva è stata la costituzione del Patto di Solidarietà di Shangai, destinato ad ampliarsi fino ad abbracciare, se possibile, tutte le forse anti-americane dell’universo (soprattutto i Fratelli Musulmani), non solo dietro una vaga proposta ideologica, ma di piani di azione politico-militari molto ben definiti.

Tanto Limonov quanto Duguin sono figli di ufficiali del KGB, e il secondo è oggi il maître à penser dell’uomo che più nitidamente incarna il KGB al potere.

Sedotti dalla promessa di distruggere il “mondo moderno”, molti tradizionalisti di periferia − cattolici, ortodossi o musulmani −, finiranno probabilmente per diventare i migliori utili idioti che il KGB abbia mai avuto a disposizione. A nessuna di queste brillanti intelligenze è mai accaduto di notare che il liberalismo di Karl Popper è una cosa e la nazione americana è un altra completamente diversa; che la distruzione o marginalizzazione di quest’ultima non porterà l’estinzione della esecrabile “modernità” e l’avvento del Regno di Dio sulla Terra, bensì il trionfo dei globalisti occidentali (Bilderbergers e tutti quanti [in italiano nel testo, NdT]), per i quali la neutralizzazione del potere nazionale americano è l’urgenza delle urgenze, e le cui relazioni con lo schema russo-cinese sono molto più amichevoli di quanto tutta la retorica euroasiana dà ad intendere (l’appoggio stesso del governo Obama alla ribellione egiziana è una ancora una prova in più di questo).

La crisi in Egitto non è solo una vittoria del radicalismo islamico, ma, dietro ad esse, del progetto eurasiano.

 

 

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