Stamani, o stanotte, non so, ero in un pacifico stato di dormiveglia (più veglia che “dormi” a dire il vero). Da un paio di giorni è ritornato un certo freddo: Belo Horizonte è a 800 m di altezza e al mattino la temperatura, sebbene si sia ormai in piena primavera e la scorsa settimana durante il giorno la temperatura è arrivata a 37 gradi, cade sempre a picco. Per questa ragione, sotto il caldo delle coperte, non volevo tirare fuori il braccio a cercare l’orologio e mi sforzavo di capire dai suoni all’esterno che ora potesse essere.

C’era il silenzio “della notte”. È un silenzio speciale. È fatto di canti di piccoli animaletti, ogni tanto il verso di qualche rapace notturno, del suono della strada a fianco del campus composto soltanto di sporadicissime auto; soprattutto, è caratterizzato dall’assenza del canto degli uccellini “del mattino” e del suono degli autobus. Mi sono detto “è ancora notte”, e per qualche minuto ne ho assaporato la pace.

All’improvviso però è tutto cambiato: un uccello, di quelli del “mattino”, ha iniziato a cantare. E poi un altro, e poi un altro. Dopo qualche minuto ho sentito passare il primo autobus, e allora ho sentito la strada che iniziava sempre di più ad animarsi.

Ecco, mi sono commosso: è stato come se avessi assistito a quell’impercettibile passaggio del risveglio del mondo. Come se l’uccellino che aveva cantato per primo fosse stato lì, pronto a scrutare il cielo e a capire esattamente il punto quando la notte finiva e iniziava il giorno. La luce era la stessa: poca, quasi nulla. Eppure, sebbene fosse ancora scuro lui sapeva che era già finita. E ce lo ha detto, risvegliando dolcemente tutta la città.

Come l’augello, intra l’amate fronde/posato al nido de’ suoi dolci nati/la notte che le cose ci nasconde,/che, per veder li aspetti disiati/ e per trovar lo cibo onde li pasca,/in che gravi labor li son aggrati,/previene il tempo in su aperta frasca,/e con ardente affetto il sole aspetta,/fiso guardando pur che l’alba nasca; (Par. XXIII, 1-8)

 

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