La famiglia in cerca di estinzione

Olavo de Carvalho

Originale − in portoghese − in Midia Sem Máscara, 2 ottobre 2012

La “famiglia tradizionale” che i cristiani conservatori difendono con ardore contro l’assedio femminista, gaysta, pansessualista, etc., così come contro l’usurpazione della patria potestà da parte dello Stato, è essenzialmente la famiglia nucleare costituita da padre, madre e figli (pochi). Il cinema ha consacrato questa immagine come simbolo vivente dei valori fondamentali della cultura americana, e l’ha trasmessa a tutti i paesi dell’orbita culturale degli USA.

Ma questo modello di famiglia non ha nulla di tradizionale. È un sottoprodotto della Rivoluzione Industriale e della Rivoluzione Francese. La prima smantellò le culture regionali e le unità di lavoro familiari nelle quali le abilità agricole o artigianali si trasmettevano di padre in figlio lungo le generazioni; le famiglie tradizionali si smembrarono in piccole unità sradicate, che vennero nelle città in cerca di lavoro. La Rivoluzione francese completò l’opera, abolendo i legami tradizionali di lealtà territoriale, familiare, personale e di gruppo e instaurando al loro posto un nuovo sistema di legami legali e burocratici nei quali l’obbligo di ogni individuo è in primo luogo verso lo Stato e solo secondariamente − per concessione dello Stato − ai suoi familiari e amici. La società “naturale”, formata durante i secoli senza alcuna pianificazione, per mezzo di esperienza ed errori, è stata alla fine sostituita dalla società pianificata, razional-burocratica, nei quali gli atomi umani, amputati di qualsiasi legame profondo di ordine personale e organico, hanno con gli altri solanto relazioni meccaniche fondate nei regolamenti dello Stato o affinità di superficie nate da incontri casuali in ambienti di riposo e di divertimento. Questa è la base e l’origine della moderna famiglia nucleare.

Max Weber descrive questo processo come un capitolo essenziale del “disincantamento del mondo”, nel quale la perdita di un senso più grande dell’esistenza è mal compensato da surrogati ideologici, dall’industria dei divertimenti pubblici e da una “religione “ sempre più spogliata della sua funzione essenziale di modellare la cultura come un tutto. In queste condizione, dice Weber, è naturale che la ricerca di un legame con il senso profondo dell’esistenza rifluisca verso l’intimità di ambienti sempre più ristretti, tra i quali, evidentemente, la famiglia nucleare. Ma, nella misura stessa in cui questa è un’entità giuridica altamente regolamentata e sempre più esposta alle intrusioni dell’autorità statale, essa cessa di essere poco a poco il rifugio ideale dell’intimità ed è sostituita, in questa funzione, dalle relazioni extra-matrimoniali.

Separata dalla protezione patriarcale, galleggiante nello spazio, dipendente interamente dalla burocrazia statale che la schiaccia, la famiglia nucleare moderna è, per la sua stessa struttura, una entità molto fragile, incapace di resistere all’impatto dei cambiamenti sociali accelerati e a ogni “crisi generazionale” che necessariamente le accompagna. Lungi dall’essere l’ambiente dei valori tradizionali, essa è una tappa di un processo storico-sociale ampio che va nella direzione del totale sradicamento dell’autorità familiare e verso la sua sostituzione con il potere impersonale della burocrazia.

Non è una coincidenza che lo sfarinamento della società in unità familiari piccole permanentemente minacciate di auto-distruzione sia accompagnato dal rafforzamento inaudito di alcune poche famiglie patriarcali, giustamente quelle che erano e sono nella conduzione del suddetto processo. Mi riferisco alle dinastie nobiliarchiche e finanziarie che oggi costituiscono il nucleo della élite globalista. Quanto più una “scienza sociale” finanziata da queste grandi fortune persuade la popolazione del fatto che la dissoluzione del patriarcalismo è stato un grande progresso della libertà e dei diritti umani, tanto più fortemente l’elite al comando si attacca alla continuità patriarcale che garantisce il perpetuarsi e l’ampliamento del suo potere lungo le generazioni. È evidente che la famiglia patriarcale p una fonte di potere: la storia sociale dei due ultimi secoli e quella della trasformazione del potere patriarcale in un privilegio dei molto ricchi, negato al contempo a milioni di rimbambiti i cui figli apprendono, all’università, a festeggiare la fine del patriarcato come l’avvento di un’era di libertà quasi paradisiaca. Lo sviluppo inevitabile di questo processo è la distruzione − o l’auto-distruzione delle famiglie nucleari stessi, o di ciò che di esse resta dopo ogni nuova “crisi generazionale”.

La “difesa della famiglia” diventa, in questo contesto, la difesa di un’entità astratta il cui corrispondente nel mondo concreto è apparso soltanto con la finalità di estinguersi. La minaccia femminista, gaysta o pansessualista esiste, ma diventa temibile soltanto grazie alla fragilità intrinseca dell’entità contro la quale si rivolta.

O le famiglie si uniscono in unità più grandi fondate su legami personali profondi e duraturi, o il loro sradicamento è solo questione di tempo. Le comunità religiose funzionano a volte come rifugi temporanei dove le famiglie trovano protezione e solidarietà. Ma queste comunità si basano su una stretta uniformità morale, che esclude i divergenti, motivo per il quale diventano facili vittime del drenaggio di fedeli causato dalla “crisi generazionale”. La famiglia patriarcale non è un’unità etico-dogmatica: è una unità biologica e funzionale forgiata attorno di interessi oggettivi permanenti, dove i cattivi e i disadattati finiscono con l’avere la possibilità di essere approfittati per una qualche funzione utile all’insieme.

In fin dei conti, se il patriarcalismo fosse una cosa cattiva i ricchi non lo riserverebbero così gelosamente per se stessi, ma lo distribuirebbero ai poveri, preferendo, per loro stessi, sfarinarsi in piccole famiglie nucleari. Se fanno esattamente l’opposto, è perché sanno molto bene quello che stanno facendo.

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