Ecco un articolo di Olavo che, come sempre, aiuta ad avere un quadro generale per comprendere fatti dell’esperienza. Per chi, come me, insegna, queste riflessioni sono all’ordine del giorno. Quello che però si pensa, di solito, è che si sia davanti al prodotto di una “ncessità” impersonale, uno strano e misterioso, imponderabile cambiamento di mentalità… Invece i cambiamenti sono sempre azione di agenti storici ben precisi.

Olavo parla del Brasile, come al solito: ma come al solito io non trovo una virgola da cambiare per applicare questo alla nostra realtà.

Il nuovo imbecille collettivo

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 30 de outubro de 2012

(originale in portoghese)

Quando tra gli anni ’80 e ’90 iniziai a scrivere le note che avrebbero composto L’imbecille Collettivo, i personaggi ai quali là mi riferivo erano individui intelligenti, ragionevolmente colti, solo corrotti dalla auto-intossicazione ideologica e da un corporativismo di partito che, elevandoli a posizioni di molto superiori ai loro meriti, ne deformavano completamente la visione del mondo e di se stessi. Fu per questa ragione che li definii come “un gruppo di persone di intelligenza normale o perfino superiore che si riuniscono con la finalità di imbecilizzarsi l’uno con l’altro”.

Questa definizione non si può più, ormai, applicare ai nuovi sproloquiatori e formatori di opinione, che attuano soprattutto attraverso internet e che si trovano nella fascia tra i venti e i quarant’anni di età. Come i loro predecessori, sono persone di intelligenza normale o superiore separati dal pieno uso dei loro doni dall’intervento di forze sociali e culturali. La differenza è che queste forze li hanno attaccati in una età ancora più tenera e non sono più le stesse che lesero i loro predecessori.

Fino agli anni ’70, i brasiliani ricevevano alle elementari e alle superiori una educazione normale o deficiente che fosse. Si corrompevano soltanto all’arrivare all’università e, invece di un’apertura effettiva per il mondo dell’alta cultura, ricevevano massicce dosi di indottrinamento comunista, offerta con il pretesto, allora abbastanza verosimile, della lotta per la restaurazione delle libertà democratiche. La pressione dell’ambiente, l’imposizione del vocabolario e il controllo altamente selettivo dei temi e della bibliografia, facevano sì che l’acquisizione dello status di brasiliano colto si identificasse, nella mente di ogni studente, con l’assorbimento dello stile sinistrista di pensare, di sentirsi e di essere – in verità, nulla più che un insieme di tic mentali.

Il lavoro dei professori-indottrinatori era complementato dai grandi mezzi di comunicazione, che, già allora ampiamente dominata da attivisti e simpatizzanti di sinistra, avvolgeva gli intellettuali e artisti della stessa loro preferenza ideologica in un’aura di sublime prestigio, mentre allo stesso momento buttava nella spazzatura gli scrittori e i pensatori considerati scomodi, eccettuato quando poteva sfruttarli come eccezioni che confermavano la regola.

Creata e mantenuta dalle università, dal movimento editoriale e dalla stampa, l’atmosfera di imbecillizzazione ideologica era, per così dire, un prodotto di lusso, accessibile soltanto alle classi medie e alta, lasciando intatta la massa popolare.

A partire dagli anni ’80, la élite sinistrista preso possesso della educazione pubblica, introducendovi il sistema di alfabetizzazione “socio-costruttivista”, concepito per pedagoghi sinistristi come Emilia Ferrero, Lev Vigotsky e Paulo Freire per impiantare nella mente infantile le strutture cognitive atte a preparare lo sviluppo più o meno spontaneo di una visione del mondo socialista, praticamente senza necessità di “indottrinamento” esplicito.

Dal punto di vista dell’apprendimento, del rendimento scolare degli alunni, e soprattutto dell’alfabetizzazione, i risultati sono stati catastrofici.

Non c’è spazio qui per spiegare tutto, ma, in poche parole, è questo. Ogni lingua si compone di una parte più o meno chiusa, stabile e meccanica − l’alfabeto, l’ortografia, la lista di fonemi e le loro combinazioni, le regole basilari della morfologia e della sintassi − e da una parte aperta, movente e fluida: l’intero universo dei significati, dei valori, delle sfumature e delle intenzioni del discorso. La prima si impara eminentemente con la memorizzazione e gli esercizi ripetitivi. La seconda per mezzo dell’auto-arricchimento intellettuale permanente, con l’accesso ai beni dell’alta cultura, con l’uso dell’intelligenza comparativa, critica e analitica e, last not least, con l’esercizio delle abilità personali di comunicazione e di espressione. Senza il dominio adeguato della prima parte, è impossibile orientarsi nella seconda. Sarebbe come saltare e danzare prima di aver imparato a camminare. È esattamente questa inversione che il socio-costruttivismo impone agli alunni, pretendendo che essi partecipino attivamente − e perfino creativamente − all’ “universo della cultura” prima di avere gli strumenti di base necessari all’articolazione verbale dei propri pensieri, percezioni e stati interiori.

Il socio-costruttuvismo mischia l’alfabetizzazione con l’acquisizione di contenuti, con la socializzazione e perfino con l’esercizio della riflessione critica, facendo diventare il processo enormemente complicato e, nel cammino, trascurando l’acquisizione delle abilità fonetico-sillabiche elementari senza le quali nessuno può arrivare a un dominio sufficiente della lingua.

Il prodotto di questa mostruosità pedagogica sono gli studenti che arrivano alla laurea o al dottorato senza la minima conoscenza di ortografia e con una ridotta capacità di articolare esperienza e linguaggio. All’università imparano a scimmiottare il gergo di una o di varie specialità accademiche che, mancando loro un ragionevole dominio della lingua generale e letteraria, comprendono in modo cosificato, quasi feticista, e permangono così quasi sempre insensibili alle sfumature di significato e incapaci di comprendere, in pratica, la differenza tra un concetto e una figura di linguaggio. In generale non hanno neppure il senso della “forma”, sia di quello che leggono, sia di quello che scrivono.

Applicato su scala nazionale, il socio-costruttivismo è sfociato in una spettacolare democratizzazione della inettitudine, che oggi si distribuisce più o meno in modo equo tra giovani brasiliani studenti o diplomati, senza distinzione di credo o di ideologia. Il nuovo imbecille collettivo, a differenza dell’antico, non ha tessera di partito.

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