Tag

, ,

Image

L’impero delle pure coincidenze

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 22 de novembro de 2012

(originale in portoghese)

Il visconte Christopher Monckton de Brenchley, matematico inglese che fu consigliere del governo di Margaret Thatcher come specialista nell’applicazione della teoria delle probabilità nella valutazione dell’autenticità di documenti, ha firmato due settimane fa una dichiarazione giurata riguardo al certificato di nascita di Barack Hussein Obama così come è stata divulgata dalla Casa Bianca [qui l’articolo di Monckton, NdT ].

Secondo i suoi calcoli, la possibilità che le piccole e grandi irregolarità trovare in quel certificato siano puramente accidentali è di 1 su 62,5mila miliardi. Questo è il grado di attendibilità di quel documento. Monckton ha messo a disposizione dei tribunali americani, sotto pena di spergiuro, i risultati della sua analisi. Charles Neal Delzell, professore di Matematica della Università statale della Luisiana, ha fatto a sua volta una dichiarazione giurata nella quale afferma che i calcoli del visconte sono corretti.

Ma se la Presidenza americana, il Partito Democratico e i grandi mass-media in blocco possono esigere dagli elettori che si fidino di una probabilità così infima, ridicolarizzando e bollando come pazzo chi veda in tutto ciò un rischio eccessivo, perché non potrebbero imporre anche la genuflessione credulona davanti a tante altre coincidenze fortuite con margini di errore perfino più modesti, ridotti, diciamo, ad alcuni miliardi o milioni? Perché non potrebbero esigere che, per non venire accusati di “teorici del complotto”, tutti non divengano adepti della “teoria delle pure coincidenze”?

Per pura coincidenza il generale David Petraeus, che era stato convocato a deporre in Parlamento sulla omissione di soccorso alla delegazione americana in Libia, è stato improvvisamente preso in flagrante vergogna di adulterio con la sua biografa Paula Broadwell, venendo così obbligato a chiedere le dimissioni dall’incarico di capo della CIA, e, per il sollievo dell’alto comando obamista, automaticamente dispensato dal deporre in Parlamento.

A i parlamentari hanno deciso di convocare ugualmente il generale per deporre. Ciò che egli ha detto, in sostanza, è che fin dal primo momento aveva informato la Casa Bianca che l’attacco a Bengasi era stato un atto terrorista premeditato, e che qualcuno del governo aveva convinto l’ambasciatrice Susan Rice a modificare la storia, attribuendo tutto a una protesta popolare spontanea contro un ridicolo video amatoriale anti-islamico divulgato in Youtube.

La testimonianza del generale è stata ancora più importante perché adesso sappiamo che l’ambasciatore assassinato, Chris Stevens, stava distribuendo armi ai ribelli siriani, tra i quali c’erano molto membri di Al-Qaeda e di Hamas che avrebbero poi partecipato all’attacco dell’ufficio. Dopo queste armi sono state usate per assassinare 28 civili cristiani. Il caso assume le dimensioni di un reato di alto tradimento – che la legge americana definisce come “dar aiuto e sostegno al nemico” −  seguito da una operazione di occultamento.

La FBI ha ufficialmente dichiarato che avrebbe scoperto l’affaire Paula Broadwell mesi fa, per puro caso, mentre stava investigando un’altra cosa. Nello spargere questa scusa, però, si sono traditi, confessando che avevano deciso di rimandare la divulgazione della scoperta a dopo le elezioni. Questo suggerirebbe una premeditazione doppiamente machiavellica: se l’aver rimandato la divulgazione ha liberato Obama da uno scandalo alla vigilia del voto, la improvvisa fretta di divulgare il caso prima della deposizione del capo del suo servizio di intelligence è stato un disperato sforzo di liberarlo da uno scandalo ancora più grosso.

Nella lentezza come nella fretta, il controllo del flusso di informazioni da parte della FBI ha corrisposto al timing perfetto per evitare danni all’immagine del Presidente. Ma, è chiaro, chi pensa questo è un teorico del complotto. Le persone sane ed equilibrate credono piamente che è stata tutta una coincidenza, una mera coincidenza.

Mera coincidenza è stata anche il fatto che il computer della campagna repubblicana, con la lista dei sostenitori pigri e riluttanti a votare, che dovevano essere visitati nelle ultime ore dai delegati elettorali e convinti ad andare a votare, sia entrato andato in tilt nel giorno dell’elezione, lasciando lontani dalle urne molti voti che avrebbero potuto fare la differenza a favore di Romney. Tutta una coincidenza, mera coincidenza.

Ancora più coincidenza è stato il fatto che Obama abbia perduto in tutte le zone elettorali che esigevano carte di identità con la foto dell’elettore, e abbia vinto in quelle dove si accettavano documenti senza foto o senza alcun documento. Coincidenza, ugualmente, è stata il fatto che fino ad ora tutte le macchine per votare indicate come difettose scambiassero sempre i voti di Romney per Obama, mai da questo per quello.

E chi, pure, se non un paranoico reazionario, vedrebbe qualcosa di sospetto nel fatto che, in tutte le zone elettorali dalle quali sono stati esclusi i rappresentanti di lista repubblicani, Obama abbia avuto percentuali di voto tra 99% e 100% , arrivando al prodigio di aver il 108%  in una di esse? Coincidenza, pura coincidenza.

Le autorità e i grandi mass-media hanno, per definizione, il dono di quello che si chiama “pubblica fede”: esprimono ciò che la società e le persone perbene hanno l’obbligo di credere. Quando, però, i detentori della pubblica fede sfidano ripetutamente il calcolo delle probabilità, quando il semplice uso della logica diventa un’abominazione e questi un reato, è evidente che si è raggiunto quel punto in cui lo schema partitico dominante ormai già gode della “autorità onnipresente e invisibile di un comandamento divino, di un imperativo categorico”, che Antonio Gramsci descriveva come la situazione ideale per il cambiamento rivoluzionario della società.

Annunci