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ImageAvvertenza: il seguente articolo di Olavo de Carvalho è ad alto tenore di “teoria del complotto”. Se ne sconsiglia la lettura alle persone “sane ed equilibrate”, che si informano regolarmente leggendo giornali e assistendo a notiziari televisivi e programmi di approfondimento.

Salvando il triumvirato globalista

Olavo de Carvalho, 26 novembre 2006

(originale in portoghese)

Il più ovvio degli errori ai quali mi riferivo in un articolo precedente è quello di misurare i giganti soltanto in base al loro coefficiente di visibilità. In questa scala, l’establishment anglo-americano – per usare il termine di Carroll Quigley – appare così tanto più voluminoso, che gli altri due appaiono inoffensivi pigmei impegnati coraggiosamente in un combattimento sproporzionato.

Il prof. Alexandre Duguin si approfitta di questa illusione ottica per fornire alle platee del Terzo Mondo l’impressione che il blocco russo-cinese e quello islamico sono i loro compagni di sventura, che gemono insieme a loro sotto lo stivale del “potere unipolare”.

Egli sa che questa visione delle cose è falsa, che i tre grandi schemi globalismi sono ugualmente potenti, ricchi e temibili, ambiziosi e amorali, oltre che complici gli uni con gli altri. Quando i baraccati mentali della USP (Università federale dello Stato di São Paulo, fortezza dell’ideologia rivoluzionaria brasiliana, NdT) lo applaudono, egli ride sotto i baffi. Immaginate con che soddisfazione sadica egli vede la gioventù enragée appoggiare, per puro odio agli USA, il regime che proibisce la propaganda gay e si presenta al pubblico conservatore come la nuova e purissima incarnazione dei valori cristiani tradizionali, sfruttando, con destrezza ammirabile, due credulità opposte.

Ma non è soltanto il senso delle proporzioni che qui esce distorto completamente. È la trama reale delle relazioni tra i tre blocchi, che il duguinismo riduce alla semplificazione posticcia di un conflitto a due.

Nessuno ignora che la scelta di Barack Hussein Obama come candidato del Partito democratico al posto di Hillary Clinton, nel 2008, è stata un’imposizione, un diktat del Gruppo Bilderberg. Bisogna anche aver fatto un giuramento di cecità per non vedere che, durante il suo primo mandato, l’Unto del globalismo ha fatto di tutto per sbancare il dollaro e indebolire la posizione degli USA nello scenario internazionale, ha stagnato la produzione nazionale di petrolio, gas e carbone, ha atrofizzato il sistema americano di difesa, ha posto il suo paese in ginocchio davanti a Cina, Russia e, sia in Medio Oriente quanto nelle sue politiche di sicurezza interna, ha dato man forte agli araldi del Califfato universale. Un uguale favoreggiamento all’espansione islamica ha orientato la politica dell’Unione Europea e di vari governi del Vecchio Mondo benedetti dalla internazionale fabiana.

Bastano questi fatti per mostrare, al di là di qualsiasi possibile dubbio, che:

(1) La politica della élite fabiana non coincide assolutamente in nulla con gli interessi geopolitici della nazione americana. La demolizione dell’ “Impero Americano” è nel suo programma esattamente come nei programmi del blocco russo-cinese e del Califfato.

(2) L’unico “potere unipolare” che esiste non ha un centro geopolitico, ma risiede nell’area di intersezione tra i tre grandi schemi globalismi.

(3) Il futuro del mondo, a breve e media scadenza, dipende dal sapere se la fragile unità che ancora è in vigore in questa area di intersezione predominerà sugli interessi di ciascuno degli schemi globalisti in particolare o se il treppiede cederà, gettando i tre schemi uno contro l’altro, o due contro uno. Nella prima di queste ipotesi avremo una dittatura mondiale. Nella seconda, la guerra mondiale. Dei tre blocchi, l’unico che è preparato per la seconda ipotesi, militarmente e ideologicamente, è quello russo-cinese. Quello islamico − con l’eccezione dell’Iran, che è un boi-de-piranha di Mosca [lett. “bue per i piranhas”: popolarmente si dice che per attraversare un fiume infestato da piranhas con una mandria, si sacrifica un bue vecchio e malandato mandandolo per primo: i piranhas si mettono a mangiarlo e nel frattempo gli altri capi di bestiame passano liberamente. Si dice “boi de piranha” per indicare qualcuno che viene sacrificato per favorire qualcun altro, NdT] ha molto più da guadagnare con l’espansione pacifica e il ricatto terroristico, mentre il blocco Occidentale cerca di disarmarsi a vista d’occhio, scommettendo tutto nell’unità della dittatura mondiale nella quale gli Stati nazionali perdono l’autonomia nella sfera internazionale nello stesso momento in cui rafforzano i loro controlli sociali interni. La vittoria di Barack Hussein Obama è un ancora un passo dato in questa direzione, un chiarissimo indicatore del fatto che gli USA continueranno nella loro politica di auto-smantellamento militare ed economico unito alla espansione illimitata dei meccanismi di controllo poliziesco della società, secondo i medesimi canoni “politicamente corretti” che gli organismi internazionali stanno imponendo a tutti i paesi dell’emisfero Occidentale. Fino a dove sarà possibile proseguire in questa strada è qualcosa che dipende da come la élite occidentale farà i conti con la sua contraddizione costitutiva: essa deve indebolire il potere americano per soggiogarlo al comando internazionale, ma d’altra parte continua ad averne bisogno, per il momento, come sua base militare. Nulla potrebbe evidenziare meglio la sua natura di parassita.

La domanda decisiva, per i prossimi anni, è: la Russia e la Cina si contenteranno di proseguire godendo la loro porzione nella divisione del mondo tra i tre grandi blocchi, o tenteranno un colpo di mano per liberarsi dei compagni e prendersi tutto in una sola volta?

Obama è già stato preso con le mani nella marmellata in pieno atto di promettere ai russi che, nel suo secondo mandato, avrebbe fatto ogni tipo di concessione per calmarli e salvare l’unità del triumvirato globale. È stato con il medesimo pretesto che egli ha sostenuto le pretese dei Fratelli musulmani, ottenendo come unico risultato la crescita della violenza terrorista e il fiasco di Bengasi.

Vladimir Putin sa che, in ultima istanza, l’unità non è percorribile. Egli ne approfitta, per il momento, ma tra il triumvirato globale e l’Impero eurasiano, la sua scelta è già fatta.

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