commedia

Uno straordinario articolo di Olavo che mi ha dato le parole per dire varie cose, soprattutto per rileggere alcuni avvenimenti di cui sono stato vittima questa settimana. Peccato non averlo letto prima, avrei potuto rispondere meglio…!

Isterici al potere

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 12 de dezembro de 2012

(originale in portoghese)

Una delle esperienze più perturbanti che ho dovuto avere nella vita è stata quella di percepire, di nuovo e sempre di nuovo durante lo scorrere degli anni, quanto sia impossibile parlare al cuore, alla coscienza profonda di individui che abbiano sostituito la loro personalità genuina con uno stereotipo di gruppo o ideologico.

Dite loro quello che volete, mostrate loro anche le realtà più ovvie e patenti, nulla li può toccare. Vedono solo quello che vogliono. Hanno perso la flessibilità dell’intelligenza. L’hanno sostituita con un sistema fisso di emozioni ripetitive, azionate da un insano riflesso di auto-difesa gruppale.

All’inizio non è proprio una sostituzione. Lo stereotipo è adottato come un rivestimento, un segnale di identità, una parola d’ordine che rende più facile l’integrazione di un soggetto in un gruppo sociale e, liberandolo dal suo isolamento, fa sì che egli si senta perfino più umano. Dopo la progressiva identificazione con i valori e gli obiettivi del gruppo, sostituisce piano piano le percezioni dirette e i sentimenti originari con una imitazione schematica delle condotte e degli atteggiamenti mentali del gruppo, fino al momento in cui l’individualità concreta, con tutto il suo mistero irriducibile, sparisce sotto la maschera dell’identità collettiva.

Questa trasformazione diventa praticamente inevitabile quando l’unità del gruppo ha una forte base emozionale, come accade in tutti i movimenti fondati su un sentimento di “esclusione”, “discriminazione” e simili.

Non mi riferisco, è ovvio, ai casi effettivi di persecuzione politica, razziale o religiosa. La semplice reazione a uno stato di cose oggettivamente pericoloso non implica alcuna deformazione della personalità. Al contrario: quanto più esagerate e irreali sono le proteste di gruppo, tanto più facilmente esse forniscono al militante un Ersatz [surrogato, NdT] di identità personale, proprio perché non c’è altra sostanza ad eccezione della stessa enfasi del discorso che le veicola.

Alla desensibilizzazione della coscienza profonda corrisponde, in contropartita, una ipersensibilizzazione di superficie, una suscettibilità posticcia, una predisposizione a sentirsi offeso o minacciato da qualsiasi cosuccia che si opponga alla volontà del gruppo.

Nel corso di questo processo, è inevitabile che l’ammortizzazione della coscienza individuale porti con sé il decremento della intelligenza intuitiva. Le capacità intellettuali minori, puramente strumentali, come il ragionamento logico verbale o matematico, possono rimanere intatte, ma il nucleo vivo dell’intelligenza, che è la capacità di comprendere in un momento il senso dell’esperienza diretta, ne esce completamente rovinata, a volte per sempre.

Da questo punto in poi, qualsiasi tentativo di appellare alla testimonianza interiore di queste persone è condannata al fallimento. L’esperienza che hanno delle situazioni che hanno vissuto è divenuta opaca, ricoperta da densi strati di interpretazioni superficiali il cui potere di esprimere le passioni gruppali serve come un succedaneo, ipnoticamente convincente, della percezione diretta.

L’individuo “sente” che sta esprimendo la realtà diretta quando il suo discorso coincide con le emozioni standardizzate del gruppo, con i desideri, timori, pregiudizi e odii che costituiscono il punto di intersezione, il luogo geometrico dell’unità del gruppo.

L’aspetto più crudele di tutto questo è che, poiché tale processo accompagna pari passu il progresso dell’individuo nel dominio del linguaggio gruppale, sono proprio i più lesati nella loro intelligenza intuitiva che finiscono per distaccarsi agli occhi dei loro pari e diventando i leaders del gruppo.

Un elevato grado di imbecillità morale coincide qui con la perfetta rappresentatività che fa dell’individuo il porta voce per eccellenza degli interessi del gruppo e, nella stessa misura, lo riveste di una aura di qualità morali e intellettuali perfettamente fittizie.

Non conosco un solo leader sinistrista, petista [del PT, il partito al governo in Brasile, NdT], gayzista, africanista o femminista che non corrisponda punto per punto a questa descrizione, che a sua volta corrisponde al quadro classico dell’isteria.

L’isterico non sente ciò che percepisce, bensì ciò che immagina. Quando l’oratore gayzista indica la presenza di cento e qualcosa omosessuali tra cinquantamila vittime di omicidio come prova del fatto che si ha un’epidemia di violenza anti-gay in Brasile, è evidente che il suo naturale senso delle proporzioni è stato sostituito dall’iperbolismo retorico del discorso gruppale che, nel teatro della sua mente, vale come reazione genuina all’esperienza diretta.

Quando la sposa americana, armata di strumenti legali per distruggere la vita del marito in cinque minuti, continua a lamentarsi della discriminazione della donna, evidentemente non sente la sua situazione reale, ma il dramma immaginario consacrato dal discorso femminista.

Quando il presidente più coccolato e blindato della nostra storia [sta parlando di Lula e di alcune famose dichiarazioni che fece al tempo della Presidenza, NdT] piagnucola che ha ricevuto più frustrate di Gesù Cristo, letteralmente egli non si vede: vede un personaggio di fantasia creato dalla propaganda partitaria, e crede che tale personaggio sia egli stesso. Tutte queste persone sono isteriche nel sentito più esatto e tecnico del termine. E se non sentono nemmeno la realtà della loro situazione personale immediata, come potrebbero essere sensibili all’appella di una verità che non arriva loro per via diretta, bensì attraverso le parole di qualcuno che temono, che odiano e che riescono solo a vedere come un nemico che deve essere distrutto?

La radice di ogni dialogo è la disinvoltura della immaginazione che transita liberamente tra prospettive opposte, come quella di uno spettatore di teatro che sente, come se fossero sue, le emozioni di ognuno dei personaggi in conflitto. Questa è anche la base dell’amore al prossimo e di ogni convivenza civilizzata.

La presenza di un grande numero di isterici negli alti posti di una società è garanzia di deterioramento di tutte le relazioni umane, di proliferazione incontrollabile della menzogna, della disonestà e del crimine.

 

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