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Anderson , Roma - Frammento del Monumento di Paolo II - La speranza - G. Dalmata - Grotte Vatic. - insieme

“Speranza Divina et certa.
Giovanetta vestita nel modo detto di sopra, con le mani
giunte vers’il cielo et gl’occhi alzati.
Come il mondo et gl’huomini che sono mortali et incerti della duratio-
ne di se stessi non possono partorire effetto di ben certo et sicuro, così Iddio,
che è datore de tutti i beni et il vero fondamento delle speranze humane,
li dona et li possiede in se stesso perfettamente. Et però si dipinge questa
figura con gli occhi alzati al cielo et con le mani giunte, dicendo ancora
il Profeta è beato colui che non ha fissi gli occhi alle vanità et alle false
pazzie, ma con la mente et con l’intentione nobilita se stesso, desideran-
do et sperando cose incorruttibili, non soggette alla mutatione de’ tempi,
né sottoposte a gl’accidenti della vita mortale.
Si fa anco giovanetta perché deve essere sana et ben fondata, gagliar-
da et piacevole, non si potendo sperare quel che non si ama, né amar quel,
che non ha speranza di bene o di bello, et questa speranza non è altro,
come dice S. Girolamo nella 5 Epistola, che una aspettatione delle cose
delle quali habbiamo fede.” (Cesare Ripa, Iconologia overo Descrittione di diverse Imagini cavate dall’antichità et di propria inventione, 1603, p.471.)

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Sperare non instupidisce fatalmente, se non speriamo in un futuro con la maiuscola. Avere in noi la speranza di un nuovo splendore terrestre non ci è illecito, a patto che speriamo in uno splendore ferito, debole, mortale. Possiamo amare senza colpa il terrestre, se ricordiamo che amiamo una argilla fuggitiva.

Nicolás Gómez Dávila, Escolios a un texto implícito. Seleccíon, (Bogotá 2001),  aforisma 1091, p.90s.

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