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Chi abita a Roma sa che percorrendo la via Gregorio VII, in direzione del centro, a un certo punto come in un sogno appare lo spettacolo magnifico della Cupola di San Pietro. La prima volta che la vidi, di sera, sembrava appena spuntata e fece morire sulla mie labbra quello che stavo dicendo agli amici in macchina. Davvero è uno spettacolo unico.

Sabato sera tornavo da una cena a casa di amici e ho rivisto di nuovo accadere, come la prima volta, lo stupendo sorgere improvviso della Cupola di san Pietro. Solo che, riapertosi il semaforo, dentro di me ho iniziato a canticchiare, non so perché, questa canzone brasiliana.

Bugia, so benissimo perché.

Oh parte di me,/oh metà di me allontanata /porta via il tuo sguardo/perché la saudade è il tormento peggiore/è peggio del dimenticare/è peggio dello sprofondare nel buio.

Oh parte di me,/oh metà di me esiliata/porta via le tue tracce/perché la saudade fa male come una barca/che piano piano compie un arco/e non attracca al molo.

Oh, parte di me,/oh metà di me strappata,/porta via il tuo volto/perché la saudade è il contrario di un parto/la saudade è riordinare la stanza/di un figlio che è morto.

Oh, parte di me,/oh metà di me amputata,/porta via quello che c’è di te,/perché la saudade martella a far male,/è come una fitta/nel braccio che ho perduto.

Oh, parte di me,/oh metà di me adorata /porta via i miei occhi,/perché la saudade è il peggior castigo,/e io non voglio portare via con me/il sudario dell’amore.

Addio.

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