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futuroTratto da Olavo de Carvalho, “Cabeça de esquerdista”, Diario do Coméricio, 10 aprile 2006

“Qualsiasi militanza sinistrista, senza eccezione, si compone di quattro tipi di persone: i truffatori, i babbei, truffatori in via di diventare babbei senza lasciare di essere truffatori; babbei in via di diventare truffatori senza smettere di essere babbei. I due estremi sono rari, sono in verità dei “tipi ideali” weberiani che non esistono nella realtà: la popolazione sinistrista effettiva si compone di truffatori babbei e babbei truffatori, in un perpetuo scambio di posizioni […]. Quando Roberto Campos [famoso diplomatico, economista e Accademico brasiliano, scomparso nel 2002, NdT] diceva che non c’è sinistrista che sia al contempo onesto e intelligente, ancora aveva la speranza che alcuni di loro potessero avere almeno una di queste due qualità separatamente. Ma la malizia non è intelligenza, e apparenza di ingenuità non è onestà. La testa di sinistrista è questo: essere furbo nel frodare e cretino nell’illusione di essere probo. […]

Una ideologia rivoluzionaria non è una teoria sulla realtà, molto meno un piano di azione. È una trama di fiction, una storia immaginaria alla quale l’adepto, militante o credente si sforza di credere di stare partecipando, e la cui unità apparente dà un simulacro di coerenza e di senso alla sua vita dispera e frammentata.

Qualsiasi ideologia rivoluzionaria identifica il bene con il futuro, con un vago senso di pienezza che sarà raggiunto in una data incerta attraverso mezzi non molto bene chiariti. L’indefinizione nebulosa dell’immagine anelata non perturba affatto la coscienza del credente. Al contrario, è essenziale alla efficacia persuasiva del discorso ideologico. Se il futuro che si cerca fosse oggetto di definizione razionale e descrizione meticolosa, diventerebbe immediatamente oggetto di discussione, perdendo il prestigio del mistero, fonte della sua autorità sacrale.

L’obiettivo resta indefinito non solo rispetto alla sua consistenza, ma anche, è chiaro, anche riguardo alla sua data. Ma non si tratta solo della naturale incertezza del futuro. È soprattutto una certezza doppia e retroattiva. Quando, ad esempio, si instaura un regime socialista in Russia o in Cina, tutta la militanza universale proclama l’avvento vittorioso del socialismo. Ma poiché questi regimi possono sussistere solo sulla base della violenza e del crimine e questo non suona bene, si deve anche proclamare che questa vergogna accade solo perché ancora non si tratta di veri regimi socialisti. In questa maniera, l’arrivo del socialismo non solo è incerto rispetto al futuro, ma anche rispetto al passato. Non sappiamo quando arriverà, ma quando arriva, non possiamo neppure sapere se è arrivato.

Per questa ragione, quanto il sig.  Luís Inácio [Lula, in un famoso discorso quanto era presidente, NdT] confessa ai suoi compagni del Foro de São Paulo: “Non sappiamo come è il socialismo che cerchiamo”, nessuno tra di loro lo chiama irresponsabile per averli convocati per un viaggio con destinazione ignota. L’indefinito non può essere contestato, e per di più attrae sul portatore del messaggio un’aura di modestia e realismo incantevole. La guida è affidabile proprio perché non sa dove sta portando la carovana e perché neppure pretende di avere la benché minima idea a rispetto.

L’indefinizione degli obiettivi non sparge tra i fedeli alcuna insicurezza perché vi è in corrispondenza, in opposizione dialettica, l’organizzazione stretta dei mezzi e la rigida disciplina del corpo degli agenti. Quanto meno la militanza sa dove sta andando, quanto più si attacca alla certezza presente dei compiti e della solidarietà di gruppo. Tutti si dedicano con maggiore intensità quanto meno sanno a che cavolo di cosa si stanno, in fin dei conti, dedicando.

L’equilibrio tra questi estremi è così delicato che qualsiasi intromissione della realtà esterna, qualunque avversità, per quanto passeggera e fatua possa essere, risveglia subito il panico, l’orrore, la rivolta parossistica contro l’abolizione del senso della trama. Nessuna esclamazione, nessuna iperbole, nessuna calunnia aberrante deve allora essere risparmiata nello sforzo di esorcizzare il pericolo. La sicurezza psicologica della comunità è tutto. In sua difesa, qualsiasi cosa si dica contro l’attaccante è valida. Poiché la radice della sicurezza consiste nel continuare a credere nella trama, la menzogna impiegata per restaurarla vale come simbolo della “verità”: quanto più complessa la bugia, tanto più grande è la prova di fedeltà in difesa della trama. Ecco qui il sentimento di impersonare la verità in pieno parossismo della menzogna.”

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