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Falsi relativisti

Olavo de Carvalho, 26 marzo 2013

(originale in portoghese in Midiasemmascara)

Uno dei vizi mentali più deplorevoli, e più comuni tra conservatori e liberali, è quello di ridurre i dibattiti pubblici a discussioni puramente accademiche, nelle quali le “idee” vengono inquadrate esclusivamente per il loro contenuto teorico, fuori dagli schemi politici che le hanno generate. Così, ad esempio, uomini fedeli a valori e principi tradizionali − filosofici o religiosi − hanno prodotto migliaia di confutazioni decisive del “relativismo”, eppure nonostante questo non sono riusciti a frenare l’avanzata delle proposte politico-sociali che arrivano protette sotto ombrelli relativisti. Quanto più vittoriosi in campo accademico, tanto più perdenti diventano nella lotta politica.

Il fatto è che accademici e attivisti non parlano la stessa lingua. I primi non capiscono la lingua di questi ultimi, ma questi comprendono benissimo la lingua dei primi e la usano come una camicia di forza per imprigionarli nel campo delle pure idee, perché non si accorgano che, nel quadro di una strategia politica, una idea qualsiasi può avere un significato pratico contrario a quello del suo contenuto teorico. Serve solo come il panno rosso con il quale il torero devia la traiettoria del toro.

Le idee degli attivisti quasi mai significano quello che dicono. Sotto il loro significato manifesto nascondono un obiettivo strategico che, sul piano storico, costituirà il suo unico contenuto effettivo quando il gioco dialettico delle idee e delle azioni avrà raggiunto il suo risultato.

Così, ad esempio, per anni il relativismo è servito come nave rompighiaccio per demolire le resistenze davanti a proposte che, a loro volta, non avevano nulla di relativista, ma che erano al contrario le più assolutiste e intransigenti che si possa immaginare.

Si noti bene che è impossibile discutere il relativismo in teoria senza sottoscriverlo almeno in parte e implicitamente: qualsiasi idea che sia accettata come oggetto di confutazione logica acquista, ipso facto, lo statuto di dottrina intellettualmente rispettabile, degna di attenzione accademica. Bombardare il mondo accademico con un costante assalto relativista ai principi e ai valori può anche non convincere nessuno ad accogliere il relativismo dottrinale, ma abitua tutti a praticare, a suo riguardo, quella quota di relativismo imprescindibile a qualsiasi discussione. Con alcuni anni di questa terapia, il più dogmatico dei tradizionalisti sarà ammaestrato per entrare nel dibattito con più disposizione a provare che è “tollerante” e “aperto” piuttosto che a vincere il dibattito − un impegno dal quale il suo opponente è automaticamente dispensato.

Al posto di discutere il relativismo, si deve esigere dal relativista le prove che egli aderisce a questa dottrina con sincerità, cioè che concede ai due lati l’attenuante relativista invece di usarla soltanto come arma provvisoria per diluire le resistenze dell’avversario e in seguito imporgli qualche esigenza assolutista e intollerante, immunizzata a priori contro qualsiasi richiesta relativista.

Chiunque può rendersi conto che gaysti, femministe, abortisti e tutti quanti (in italiano nel testo, NdT) non avrebbero mai avuto spazio nella società se questo non fosse stato aperto in precedenza dalla invasione relativista, ma che, nella stessa misura, questi entrano in campo liberi da qualsiasi obbligo relativista e armati del più rigido assolutismo. Conoscete per caso qualche gaysta, femminista o abortista disposto a concordare che le esigenze del suo gruppo abbiano solo un valore relativo, che le credenze dei loro avversari hanno una parte di ragione e devono essere rispettate tanto quanto le loro? Avete mai visto alcuni di loro riconoscere, almeno in teoria, il diritto di combattere le loro proposte senza paura di rappresaglie? Eppure, nessuno di loro avrebbe avuto neppure la minima possibilità di essere ascoltato con attenzione e rispetto se l’avanguardia relativista non avesse minato la intransigenza dei loro avversari. Si servono del relativismo come di un piede di porco: quando la porta è scassinata, cambiano sull’istante il discorso e iniziano a condannare come criminale qualsiasi tentativo di relativizzare l’autorità delle loro esigenze.

A essere sinceri, raramente o mai si incontra un relativista genuino, sincero, che resti relativista quando ciò non convenga più alla sua politica, o che conceda all’avversario le stesse protezioni relativiste sotto le quali egli si ripara. In pratica, ogni relativismo in circolazione oggigiorno è falso, è una pura trappola.

È stupido perdere tempo a discutere il contenuto astratto di una teoria nella quale nemmeno il suo portavoce crede, di una teoria che egli impiega semplicemente come strumento provvisorio per aprire la strada a un progetto politico interamente differente e perfino opposto. Se una teoria è soltanto travestimento, è ovvio che non abbia nessun contenuto in sé, è ovvio che il suo unico senso reale è la proposta alla quale essa vuole arrivare non appena l’avversario abbassi la guardia.

In questi casi, la cosa intelligente da fare è rifiutare in modo perentorio il dibattito nei termini in cui il furbastro lo colloca e, invece di questo, smascherare subito la proposta politica soggiacente, insieme con la trappola che la prepara e la nasconde.

È ovvio che il passaggio dalla giostra relativista all’esigenza totalitaria non è repentina, ma sempre graduale e, idealmente, insensibile. Ma quando il processo è completato, è troppo tardi per denunciare in modo retroattivo il discorso relativista che lo ha preparato.

 

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