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robb'e'matt

Sappiamo ancora cosa è la libertà? O la profezia di Orwell è davvero compiuta? Ieri sera ho assistito a Cristiada, il film sul fenomeno dei cristeros messicani, che si opposero alle terrificanti leggi massoniche negli anni ’20 del XX secolo tese a distruggere la Chiesa e sradicare la fede nel popolo messicano. Il film non è riuscito ad apparire nelle sale cinematografiche (ovviamente è un caso, non siamo teorici del complotto). Lo si può trovare online (ad esempio qui: Primo tempoSecondo tempo).

Ebbene, finito il film mi è venuto da pensare a quanto la libertà sia un bene preziosissimo. Nel film il generale Gorostieta è mostrato come un uomo non certo cattolico fervoroso, un ateo addirittura, ma che accetta di comandare l’esercito dei cristeros in nome di una libertà che riconosce a tutti, e che vede calpestata dal governo Calles. Improvvisamente mi è sovvenuto un insight: ma oggi chi sarebbe disposto a combattere e morire per la libertà? Attenzione: non per mancanza di coraggio o cose del genere. No, no, la domanda è più radicale: non sappiamo più cosa essa sia.

Ciò mi è apparso come un incubo, ripensando a tante conversazioni avute con persone “normali”, che certamente si pensano libere etc., ma che accolgono tranquillamente cose che solo cinquanta o sessanta anni fa avrebbero fatto rabbrividire anche solo leggendole tra le pagine di un libro di fantascienza. Il fatto che i controlli su chi siamo, cosa facciamo, quanto spendiamo, dove e come, l’onnipresenza delle telecamere, abbiano ormai invaso la nostra vita non provochi più alcuna preoccupazione o senso di disagio è per me quasi un segnale di un game over. Le rare volte che faccio l’errore di esporre questo mio disagio in pubblico, ricevo sempre risposte del tipo: “Beh, chi non ha nulla da nascondere non deve preoccuparsi dei controlli”, senza percepire che frasi come queste sono classiche nei regimi totalitari. Ti impongono nuovi stili di vita? Criminalizzano la saggezza millenaria delle religioni tradizionali per imporre nuove antropologie? E allora? Non sarai mica intollerante o allofobo? Ieri sera un mio interlocutore era convinto che fosse necessario, per impedire l’opera di controllo esercitata sui mass-media, esercitare un severo controllo sugli operatori dei mass-media! Ovviamente la contraddizione non era neppure percepita. La volgarità, la violenza, le reazioni pavloviane da “ora dell’odio” di orwelliana memoria al nome di un determinato politico sono casuali? Questa metastasi dell’anima umana è solo il frutto casuale di impersonali movimenti storici? No, ovviamente: l’agente storico è sempre riconducibile a decisioni e azioni umane. La difficoltà è riconoscerlo sotto la selva delle sue stratificazioni superficiali. Come si può non avvertire nei metodi totalitari, ad esempio, di Grillo una evidente forma di violenza e di coercizione, nascosta sotto un camuffamento neppure troppo fine di democrazia? Questo significa che l’anima è ormai “andata”, che è stata definitivamente, se mi si passa l’espressione, “cotta a puntino”.

Ecco, è questo aspetto che non si riesce a far entrare nel dibattito pubblico: siamo stati preparati per non reagire più al progressivo, lento ma costante strozzamento di ogni nostra libertà. Fino alla cancellazione del suo significato dai nostri vocabolari interiori.

In nome della libertà, naturalmente.

Qui di seguito, il solito lucido e pertinente commento di Olavo su cose del genere:

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Tratto da «Perdendo o senso», di Olavo de Carvalho (orig, in Midiasemmascara)

[…] La vita nella società si basa sulla accettazione generale e abituale di certi principi taciti, che servono come criterio di giudizio nei momenti di confrontazione e di dubbio. È ciò che Antonio Gramsci, dando al termine una peculiare connotazione, chiamava “senso comune”. Lo stesso Gramsci riconosceva che il senso comune predominante nelle nazioni occidentali rifletteva, grosso modo, la cosmo visione cristiana, anche nella versione laicizzata e amputata di qualsiasi riferimento religioso.

La demolizione di questo senso comune diventò dagli anni ’60 l’obiettivo prioritario del combattimento culturale rivoluzionario. Ma non pensate neppure per idea che “combattimento culturale” significhi una lotta di idee, una disputa tra eruditi. Non significa neppure propaganda o “indottrinamento”. Alle persone che mi scrivono lamentandosi dell’ “indottrinamento sinistrista” che i loro figli ricevono a scuola, da anni tento ormai di spiegare che i buoni e vecchi tempi dell’indottrinamento e della propaganda sono già che bell’e finiti, che da decenni il sistema educativo minaccia l’integrità mentale dei nostri figli con qualcosa di ben più perverso e temibile: un insieme di tecniche di manipolazione comportamentale che permettono di modellare o modificare abitudini o costumi direttamente, senza passare per l’inculcazione di idee e credenze, cioè, senza un qualsiasi appello al pensiero cosciente.

Già affrontai la cosa nel 1996, nel mio libro O Jardim das Aflições [Il giardino delle afflizioni, NdT], e recentemente la Vide Editorial ha pubblicato, su mio consiglio, l’opera classica sull’argomento: Maquiavel Pedagogo ou O Ministério da Reforma Psicológica, di Pascal Bernardin [tit. originale: Machiavel pédagogue ou Le Ministère de la réforme psychologique, 1996 NdT]. L’indottrinamento comunista classico si basava nelle arti della dialettica, della retorica e della propaganda, e cercava di inculcare nella mente del pubblico una concezione del mondo, della storia e della politica che non era possibile senza mostrarla come alternativa a una qualche concezione concorrente, alimentando discussioni.

Le nuove tecniche non hanno nulla a che vedere con la retorica e la propaganda. Si basano totalmente nelle cosiddette “scienze della gestione”: ingegneria socilae, marketing, gestione dei processi, psicologia comportamentale, programmazione neurolinguistica (PNL), Storytelling, Social Learning e Reality Building.

Uno degli effetti più diretti dell’applicazione di queste tecniche in scala di massa è la disseminazione epidemica di uno stato cronico di “dissonanza cognitiva”, un quadro mentale descritto pioneristicamente da Leon Festinger nel 1957. Dissonanza cognitiva è un conflitto tra ciò che uno crede profondamente e la condotta che mette in atto. Dissonanze cognitive temporanee sono normali e perfino desiderabili nello sviluppo umano. Quando però il quadro diventa cronico, si rompe l’unità della coscienza morale e l’individuo deve cercare al di fuori di sé, nell’approvazione del gruppo o nella ripetizione di slogans ideologici, un surrogato dell’identità perduta. Spargendosi tra la popolazione, l’incapacità di giudicare in modo realistico la propria condotta porta come risultato la caduta generale del livello di moralità, così come la concomitante disseminazione della criminalità e delle condotte distruttive, ma questo, secondo gli ingengeri sociali, è un prezzo modico da pagare per ottenere la dissoluzione del senso comune e per impiantare i nuovi modelli di condotta desiderati.[…]

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