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Mi ha sempre colpito il fatto che davanti ad azioni innocue o presentate perfino come buone, siamo sempre più in difficoltà nel prevedere le conseguenze che tali azioni potrebbero portare. Certe leggi, ad esempio, sono sempre presentate come “diritti civili” e conquiste democratiche: poi le conseguenze sono devastanti. Ma con grande difficoltà si riesce a ricollegare poi gli effetti con le cause. Anzi, si accusa sempre di fallacia slippery slope tutti i tentativi di avvisare e di mettere in guardia rispetto ad azioni che, anche solo con il semplice buon senso, già si potrebbero giudicare come futuramente nefaste. Pensiamo, ad esempio, agli affreschi del Lorenzetti a Siena, nell’allegoria del cattivo e del buon governo. Era un monito continuo a chi doveva occuparsi della cosa pubblica: se fai cose buone secondo ragione il paese prospera; se prendi decisioni dettate dalle passioni e dai tuoi interessi, il paese sarà devastato. Ovvio, no?

E’ evidente che l’ingegneria sociale alla quale siamo sottoposti da quasi cinquant’anni ha usato ad arte tutto questo per scardinare, soprattutto con lo strumento legislativo, le strutture portanti della nostra civiltà. Un articolo magnifico di Olavo per pensare sulla questione.

Profezie del diavolo

Olavo de Carvalho, Midiasemmascara, 24 aprile 2013

Una vita piena di occupazioni non ha permesso di dare alle mie idee una esposizioni scritta ben organizzata come alcune di esse meriterebbero. Le diffondo, in maniera frammentaria e anarchica, in articoli, lezioni e conferenze, nella vaga speranza che, dopo la mia morte, qualche anima caritatevole ne riunisca i pezzi e le monti in equipaggiamenti più utilizzabili dal grande pubblico.

Una di queste è quella del potere immanente dei significati impregnati nei simboli storici. Tale idea dice, in poche parole: la storia è fatta da libere scelte e decisioni umane, ma , quando gli uomini si lasciano guidare da idee e simboli il cui significato integrale sul momento sfugge loro, tale significato invisibile finisce per manifestarsi alla piena luce del giorno in fatalità storiche incontrollabili. Anche dopo il fatto consumato persiste ancora qualche difficoltà nel percepire che già erano enunciate nella formulazione originaria. Questa difficoltà emana dall’abitudine moderna del pensiero metonimico che concepisce le proposte di azione soltanto per una parte delle sue qualità autoproclamate, senza sondare il senso sostanziale dell’azione pianificata, e quindi, senza rendersi conto delle sue conseguenze inevitabili.

Nella storia sacra e profetica, questi sviluppi si annunciano previamente e in modo nitido. L’Antico Testamento prevede con chiarezza il destino tormentato dei giudei, e il Nuovo annuncia l’autodecomposizione della Chiesa, che oggi, davanti ai nostri occhi, riempie di timore le anime dei credenti attoniti. Nella storia profana, i simboli vengono coperti da densi strati di confusione metonimica. La progressiva manifestazione del loro significato simula, nel quadro storico più grande, l’evoluzione di una nevrosi di un trauma di infanzia dimenticato da lungo tempo. Così come Hegel parlava di una “astuzia della Ragione”, che conduceva gli uomini senza che essi lo percepissero, si può perfettamente parlare di una “astuzia dell’inconscio”, nella quale i simboli caricati di speranza guidano l’umanità in direzione di catastrofi e sofferenze.

Un esempio è il progetto socialista, che si presenta come “socializzazione dei mezzi di produzione” in nome di una “società senza classi”. Dietro a questi slogans, il socialismo è sostanzialmente l’unificazione del potere politico con il potere economico, che dissolve una delle maggiori garanzie della libertà nella società capitalista e annunciando la formazione di una superclasse governante onnipotente e praticamente indistruttibile.

La profezia impregnata non è discernibile soltanto nella formulazione delle teorie e delle proposte, ma anche nei simboli che le condensano nell’immaginario popolare. In qualche modo, il testo dell’inno dell’Internazionale comunista, composto nel 1871 da Eugène Pottier e posta in musica nel 1888 da Pierre De Geyter, che, ancora oggi, affascina la mente di moltitudini militanti con l’immagine della bella società ugualitaria, contiene già, nella sua prima strofa, l’annuncio della dêbacle apocalittica che ha costituito la storia del comunismo. Anche dopo la caduta dell’URSS, però, questa profezia continua a essere così compresa male che molti ancora tentano di realizzarla con nuovi mezzi, ancora più ingegnosi e più disorientanti, ingannando se stessi con una feroce devozione ancora più intensa e folle di quella che aveva guidato i pionieri della dittatura sovietica.

Nel convocare alla grande impresa della rivoluzione socialista i “dannati della terra” e i “forzati delle fame” (“les damnés de la terre, les forçats de la faim”), il poema già insinua che chi li convoca all’azione è, hegelianamente, “la Ragione”, la dea ispiratrice del 1789. Però, da dove viene la voce di questa divinità? “La raison tonne en son cratère”: la Ragione si fa sentire come il rombo terribile di un tuono che, paradossalmente, non viene dai cieli, ma dalle profondità di un cratere. È concepita, ovviamente, non come un ideale superiore che accenna agli uomini da un’altezza divina, ma come una forza ctonica, sotterranea, infernale. C’è una logica dentro di essa, ma è la logica dell’astuzia demoniaca, la stessa con la quale Satana sorprende il poeta nell’Inferno di Dante: “Tu non pensavi che’io loico fossi”: “Non immaginavi che anche io fossi logico”. L’inevitabilità interna del processo che ispira e dirige l’azione delle masse finisce per andare, di fatto, in una direzione imprevista e catastrofica, ma non per questo meno correlata, con rigore implacabile, a una premessa oscura e mal compresa. Neppure la generazione di comunisti che fu portata alla disperazione e perfino al suicidio dalla rivelazione dei crimini sovietici nel 1956 arrivò a rendersi conto, retroattivamente, della logica tragica immanente all’ideale socialista. Tutti spiegano il disastro come il frutto accidentale di tradimenti e sviamenti, senza notare che con questo smentono nello stesso istante la loro teoria della necessità storica, nella quale il caso e i capricci individuali contano poco o nulla.

Il verso seguente è ancora più eloquente: “C’est l’éruption de la fin”. La fine emerge dal ventre di un vulcano. La fine di che? Il verso non lo dice. La ricezione metonimica accetta, senza esame, che è la fine dell’ingiustizia. Ma, è chiaro che l’espressione “la fine”, senza un genitivo esplicito, annuncia soltanto morte e distruzione. E le parole che vengono dopo risuonano di un tono ancora più sinistro: “Du passé faisons table rase”: cancellare il passato, falsificare la storia in nome di un appello stimolante, è stato, di fatto, una delle principali occupazioni della storiografia ufficiale sinistrista, che ha indotto le masse a dedicarsi entusiasticamente alla ricerca di un proposito di cui ignorano la radice e i cui frutti, proprio per questo, li sorprenderanno sempre con il sapore amaro di un enigma diabolico.

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