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Lottando contro un fantasma

Olavo de Carvalho

Diário do Comércio, 20 de maio de 2013

 Ogni volta che un intellettuale di sinistra del Terzo Mondo [solo quelli?! NdT] apre la bocca per attaccare “la destra”, il minimo che ci si possa aspettare dalla sua performance è una confusione del diavolo. Fin dall’inizio, l’oggetto delle sue imprecazioni non esiste nella realtà, è una ombra proiettata dalla agglomerazione casuale di entità differenti che, per motivi eterogenei e non raramente incompatibili tra di loro, hanno attraversato il cammino del processo rivoluzionario.

Per non ammettere che sta sparando a caso contro bersagli dispersi, perché semplicemente odia qualsiasi discordanza non importa da dove venga, egli deve inventare dietro a questo caleidoscopio di diversità l’unità fittizia di una impossibile “internazionale di destra”, fondendo in un solo corpo di intenzioni, concenzioni ideologiche e piani strategici il nazismo e il sionismo, il Papa e la Massoneria, i libertari e i nostalgici dell’Ancien Régime, il razzismo evoluzionista e il fondamentalismo evangelico, e perfino − nel caso brasiliano − le stesse fazioni di sinistra che, a causa di un residuetto di scrupoli democratici, si oppongono a questo o quell’intervento del giorno da parte del governo.

Perfino una intelligenza media è sufficiente per percepire che queste varie correnti sono così estranee una all’altra che la semplice ipotesi di vederle sedere intorno a un tavolo per discutere le loro divergenze è utopica al più alto grado possibile; ma il sinistrista deve scendere sotto la media dell’intelligenza per poter continuare a credere che sta lottando contro un nemico determinato e non, come invece di fatto accade, contro tutto il resto della specie umana.

È certo che anche la sinistra ha le sue contraddizioni e i suoi antagonismi interni, ma, da una parte, questo non ha mai impedito che le sue fazioni diverse mantenessero un dialogo intenso e si unissero in continuazione per iniziative a livello mondiale che sorprendono per la sinergia degli obiettivi e la simultaneità dei mezzi impiegati.

Dall’altra parte, è un fatto noto che, tra i “destristi”, solo pochi acconsentono a percepire i segnali di questa unità strategica e organizzativa che prevale su ogni dissenso ideologico e tattico; la maggioranza preferisce enfatizzare le differenze e incompatibilità, nella folle speranza di dividere le forze dell’avversario, senza notare che qualsiasi concessione fatta una delle fazioni di sinistra risulta sempre, presto o tardi, un vantaggio per tutte le altre.

Se il sinistrista insiste a vedere ciò che non esiste, il destrista in generale si rifiuta di vedere ciò che invece esiste; fatto che, già solo per se stesso, riflette l’omogeneità di un lato e la eterogeneità dell’altro. Perché, in fin dei conti, tutte le correnti di sinistra rimontano alla fonte comune di una teoria unificata della Storia, mentre le radici della “destra” sono diverse e incompatibili fin dalle origini, come il Papato e la Riforma, l’evoluzionismo e l’evangelismo, l’individualismo liberale di Adam Smith e l’organicismo sociale di Adam Müller, il nazionalismo estremista dei fascisti e il globalismo della élite bancaria.

Il fatto, però, che il mostro destrista sia una entità inesistente e il fatto di quanto il discorso ideologico di sinistra sia perfettamente fittizio, non implica alcun svantaggio per la politica di sinistra. Al contrario, come ogni discorso ideologico, questo non vuol descrivere una realtà, ma ha come obiettivo fondare e rinforzare l’identità del gruppo militante, cosa che, è chiaro, si ottiene molto più facilmente brandendogli davanti l’immagine odiosa di un fantasma piuttosto che forzandolo a un confronto disorientante con la complessità dei fatti.

L’unità fittizia del fantasma si proietta in modo retroattivo sulla mentalità del gruppo, esercitando su di essa un influsso non solo unificante, ma anche incoraggiante: chi non parte per il combattimento con più coraggio quando carica in un angolo scuro della propria anima il segreto sospetto che l’avversario sia solo un giocattolo?

L’impulso irresistibile di proiettare l’odio del gruppo contro unità fittizie cresce talvolta fino alle dimensioni del più grottesco iperbolicismo, sfociando nella totale disconnessione psicotica con la realtà circostante, ma senza che per questo il suo effetto sulla platea si attenui in alcun modo, per quanto minimo che possa essere.

La recente diatriba della prof.ssa Marilena Chauí [una delle più celebri studiose di filosofia “de sinistra” del Brasile, NdT] contro la classe media esemplifica tutto ciò con la più grande chiarezza. L’immagine della piccola borghesia come classe intrinsecamente reazionaria, produttrice, nella migliore delle ipostesi, di intellettuali rivoluzionari vacillanti e indegni di fiducia, è uno delle “”immagini fisse” più antiche della retorica marxista. Appare, a ogni piè sospinto, negli scritti di  Lenin, Stalin, Mao e tutti quanti [in italiano nel testo, NdT].

La prof.ssa Marilena non ha fatto altro che ripeterlo per la milionesima volta, con la differenza che l’ha fatto, senza notare alcuna incongruenza, davanti a una platea costituita integralmente da membri della classe condannata e in nome di un partito i cui militanti ed elettori sono reclutati eminentemente in questa stessa classe. Questo non ha impedito che la professoressa venisse applaudita da ascoltatori che, uguagliando il livello di alienazione della conferenzista, non si sono sentiti neppure per idea minimamente coinvolti nella generalizzazione spregiativa nella quale erano stati inquadrati.

No, non venitemi a parlare di parallassi cognitiva. Ho inventato questo termine per descrivere lo spostamento tra l’asse della costruzione teorica e quello della esperienza diretta così come questo fenomeno avviene in complessi sistemi filosofici, dove errori di questo tipo possono sfuggire perfino alle grandi intelligenze.

L’alienazione grossolana e asina sta su di un altro livello: ha a che fare con l’isteria militante e non con la vita intellettuale, sia essa sana o malata. Con la riserva che, nell’ordine della militanza rivoluzionaria, l’isteria non è una malattia, una deviazione, ma l’essenza profonda del fenomeno, come già insegnavano Erik von Kuehnelt-Leddihn e lo pschiatra polacco Andrej Lobaczewski.

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