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brasilQuando sono iniziate le proteste in Brasile anche io sono rimasto stupito. Il Brasile è un paese, da questo punto di vista, pacifico. Ci sono, è vero, 50.000 omicidi all’anno, ma sono legati al narcotraffico, a intere porzioni di territorio lasciate in appalto ai cartelli della droga (unificati sotto il controllo delle FARC, alleata del governo nel Foro de Sao Paulo, come sappiamo). Ma proteste di massa così grandi le ricordavo solo ai tempi del caso Collor. La cosa che mi colpiva era l’organizzazione di queste manifestazioni che, forse inizate come spontanee, adesso sono evidementemente organizzate e guidate. Qualcosa si sta muovendo in questo paese, ormai ex salvadanaio dei grandi capitali messi lì da chi ha diretto in qualche modo la crisi ecomonica mondiale (che non ha toccato infatti per ora il Brasile, anzi). La riflessione che fa Olavo de Carvalho mi pare possa essere utile anche per noi, perché è lo stesso dinamismo che sta portando anche da noi alla autoscomparsa di coloro che in quanche modo credono ancora in valori tradizionali e, senza vergogna nel dirlo, conservatori.

(l’articolo di Olavo è uscito prima che avvenissero le due morti riportate durante i tafferugli: questo spiega il titolo).

La prima vittima

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 19 de junho de 2013

Qualsiasi esito potranno dare gli sviluppi dell’onda di proteste in Brasile, la sua prima vittima sta lì, caduta in terra, senza mai più la possibilità di rialzarsi, e nessuno si è nemmeno reso conto della sua presenza immobile e fredda: è la “destra” brasiliana.

Per decenni, dai tempi del governo militare, i partiti e i movimenti di sinistra hanno costruito sistematicamente in modo ostinato il loro monopolio delle mobilizzazioni di massa, mentre ciò che restava della “destra”, investito e intimorito dagli accadimenti che sfuggivano alla sua comprensione, procedeva accontentandosi sempre di più con una concorrenza puramente elettorale, tentando di raccogliere nelle urne qualche briciola di ciò che stava perdendo nelle strade.

Non so più quante volte ho tentato di spiegare a questi imbecilli che l’elettore si pronuncia in modo anonimo ogni quattro anni, mentre la militanza organizzata si fa sentire tutte le volte che le faccia piacere, tutti i giorni se vuole, dando il tono della politica nazionale e imponendo la sua volontà perfino contro un elettorato numericamente superiore.

Ma l’idea di formare una militanza liberale e conservatrice che potesse disputare alla sinistra lo spazio della pubblica piazza ispirava loro orrore. Come avrebbero potuto prendere di petto l’egemonia del discorso “politicamente corretto” se questo, ormai, si era già talmente impregnato fondo nei loro stessi cervelli che già non vedevano più altra prospettiva se non quella di imitarlo e parassitarlo, nell’ansia di prendere in giro l’elettore e conservare così i propri incarichi, anche se a prezzo si svuotarli di qualsiasi messaggio ideologico differenziato e proprio?

Era inutile far vedere loro che, così facendo, si intrappolavano sempre di più, volontariamente, nella “spirale del silenzio” (cfr. Elisabeth Noelle-Neumann, The Spiral of Silence, The University of Chicago Press, 1993), tecnica di controllo egemonico in cui una delle fazioni viene portata sottilmente ad abdicare alla propria voce, lasciando alla parte avversaria il privilegio di darle il nome, di definirla e descriverla come meglio creda.

Alcuni erano perfino sufficientemente idioti per vantarsi che stavano facendo questo per astuzia, citando il precetto di Machiavelli: aderire all’avversario più forte quando non lo si può vincere. Bel maestro si erano scelti. L’autore del Principe fu solo un babbeo in materia di politica pratica, un fallito che sempre si ritrovò a stare dal lato del perdente.

Così implosero, si atrofizzarono, si adattarono servilmente allo stato di cose, fino al punto in cui non avevano altra speranza di sopravvivere se non quella di rifugiarsi sotto l’ombrello dello stesso governo che nominalmente dicevano di voler combattere.

Lungo tutto questo tempo, l’insoddisfazione popolare verso un partito che fomentava in modo aperto il banditismo assassino, coltivava un’intimità oscena con terroristi e narcotrafficanti, prendere le terre di produttori onesti per darle alla militanza loro affiliata e sterile, strangolava l’industria mediante le tasse, demoliva l’educazione nazionale al punto di fare di essa una barzelletta sinistra e, last but not least, espandeva la corruzione fino a consacrarla come metodo usuale di governo.

Milioni di brasiliani frustrati, umiliati, vedevano chiaramente l’abisso nel quale il Paese stava affondando. Questa massa di insoddisfatti, come dimostravano i sondaggi, era accentuatamente cristiana e conservatrice.

Nel 2006 scrivevo: “Con o senza nome, la destra è il 70% dei brasiliani. Un programma politico apertamente conservatore avrebbe quindi un successo elettorale garantito”. Ma, con ostinazione suicida, la “destra” si rifiutava di assumere la sua missione di portavoce della maggioranza. Scommetteva tutto nelle virtù alchemiche della auto castrazione ideologica.

 “Un poco più avanti – scrivevo nella medesima occasione − essa ha aggravato ancora la sua situazione, quando, dopo la rivelazione dei crimini del PT, perse l’occasione di denunciare tutta la trama comunista del Foro de São Paulo e, per vigliaccheria e comodismo, si limitò a critiche moraliste generiche e senza alcun contenuto ideologico”.

E quanto più il tempo è passato, tanto più grande si è fatto il vuoto, aperto dalla destra di ritirata in ritirata, che la stessa sinistra ha finito per notare la necessità di riempirlo, anche al prezzo di sacrificare una parte di se stessa e, come sempre accade nelle rivoluzioni, di tagliare le teste della prima mandata di rivoluzionari per chiudere la fase di “transizione” e passare alle rotture decisive, alle decisioni senza ritorno. Da più di un anno il Foro de São Paulo stava progettando questo salto, contando, per questo, con le risorse dello stesso governo, sommate a quelle della élite globalista fomentatrice di “primavere”.

Come non poteva non essere in tali circostanze, il clamore della massa conservatrice finisce per mischiarsi e confondersi con le grida isteriche del sinistrismo più radicale e insano, adesso tutto strumentalizzato e canalizzato dall’unica leadership attiva presente sullo scenario.

Condensando simbolicamente questo assorbimento, i fischi lanciati al presidente Dilma Rousseff nello Stadio Nazionale di Brasilia, autentica manifestazione popolare spontanea, non si distinguono più oramai dall’agitazione pianificata e sussidiata che ha finito per utilizzare quei fischi, in modo retroattivo, a proprio vantaggio.

Non si può dire che la sinistra abbia “rubato la voce” alla destra, perché l’ha ricevuta in regalo. L’opzione per il silenzio, l’abitudine reiterata all’autocastrazione ha espulso la destra nazionale da un campo che gli apparteneva di diritto e di fatto, e ha finito per ucciderla. Non si risolleverà mai più.

L’insoddisfazione conservatrice si è trasformata in casino rivoluzionario e ormai non ha più nemmeno la possibilità di riconoscere il proprio volto. Forse qualche testa sinistrista rotolerà nel corso del processo, ma quelle della destra sono ormai rotolate tutte.

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