Tag

, , , ,

brasilAltro articolo interessante di Olavo su quanto sta succedendo in Brasile. Di estremo interesse anche per noi, se vogliamo capire e non solo subire, quanto sta avvenendo.

Caos e strategia (I)
Olavo de Carvalho | 24 Junho 2013
Midiasemmascara

I nostri liberali e conservatori leggono Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek e, vedendo che essi trattano il marxismo come una pseudoscienza economica, concludono allegramente che esso non vale nulla, che non meriti alcuna attenzione. Solo che il marxismo in quanto scienza e tecnica dell’azione rivoluzionaria non dipende in nulla dalla “base economica” che nominalmente lo sostiene. Questa scienza e questa tecnica sono una di una esattezza spaventosa e non possono essere comprese solo per mezzo della lettura dei “padri fondatori” del movimento o con quella della critica liberale: richiede l’accompagnamento di tutta una evoluzione del pensiero strategico marxista, che inizia con Marx e si prolunga fino a Saul Alinsky e Ernesto Laclau. Quest’ultimo, invertendo la formula classica delle relazioni tra struttura e sovrastruttura, propone apertamente la tesi secondo la quale la propaganda rivoluzionaria crea liberamente la classe della quale in seguito si denominerà rappresentante. Indipendenza più grande da qualsiasi “base economica” non si potrebbe immaginare. Coloro che immaginano di averla fatta finita col marxismo confutando i suoi principi economici si credono di essere molto realisti, perché essi stessi sono credenti devoti nella “base economica” dell’accadere politico, cosa che gli stessi marxisti hanno invece superato da tempo. Il marxismo deve essere studiato, in primo luogo, come una “cultura”, nel senso antropologico del termine. Rimando gli interessati a tre articoli nei quali riassumo ciò che penso a rispetto. (I tre articoli di olavo tradotti).
Secondo, esso deve essere studiato come scienza e tecnica dell’azione rivoluzionaria, dell’intervento attivo dell’élite rivoluzionaria nella società e nella storia. Tale scienza è così vera, e la tecnica che su di essa si base così efficiente, che da esse discende questo fatto, tanto fondamentale tra tutti gli altri e così solennemente ignorato dai critici del marxismo: da almeno un secolo e mezzo il marxismo è l’unico − ripeto: l’unico − movimento politico organizzato unitariamente su scala mondiale e dotato di una coscienza chiara della sua continuità, così come delle sue metamorfosi strategiche. Tutti i suoi pretesi avversari e concorrenti sono fenomeni locali, sconnessi e passeggeri, sparsi nel tempo e nello spazio come granelli di polvere che si librano nel vento, incapaci non solo di affrontare il rullo compressore del movimento comunista, me perfino di scorgerlo come un tutto.
Senza alcuna presunzione di esporre qui il fenomeno nel suo insieme, ma ragionando prima di tutto in funzione esclusiva degli ultimi avvenimenti in Brasile, distacco prima alcuni punti che, se non vengono presi in considerazione, faranno diventare impraticabile qualsiasi tentativo di comprendere i più recenti avvenimenti della storia continentale e nazionale.
Il primo di questi punti è il seguente: nessuna azione comunista ha mai − ripeto: mai − un obiettivo unico e lineare. Tutte le decisioni del comando strategico comunista sono sempre di natura dialettica e sperimentale. Da un lato giocano sempre con una molteplicità di forze in conflitto, non interferendo mai nel quadro senza prima aver una visione ben chiara delle contraddizioni in gioco e dei multipli sensi in che esse possano venir lavorate. Sotto questo aspetto, il pensiero marxista non è mutato molto dal suo inizio. Esso ha soltanto raffinato in modo formidabile la sua visione delle contraddizioni, integrando nel suo ritratto mentale della società innumerevoli tipi di conflitti nuovi che o non esistevano al tempo di Marx o che egli non ritenne rilevanti, come per esempio il conflitto tra impulsi sessuali e ordine sociale, o quello tra padri e figli. Dall’altro, a questa visione dialettica sempre più sottile e raffinata il marxismo aggiunge il carattere sperimentale e non dogmatico di tutte le sue decisioni e azioni strategiche. L’articolazione di dialettica e sperimentalismo permette che le azioni del movimento comunista beneficino, da una parte, di una molteplicità di direzioni simultanee che disorientano l’avversario, e, dall’altra, una capacità di agire per mezzo di avanzate e ritirate mediante continui e non raramente velocissimi cambiamenti di direzione.
Chiunque, analizzando la recente esplosione di proteste, concentrasse la sua attenzione sulle rivendicazioni nominali − riduzione delle tariffe di trasporto pubblico, “più educazione”, “più salute” etc. − per discutere la loro giustizia e praticabilità, con ciò proverebbe, già solo con questo, la sua totale incompetenza a trattare tale argomento. Ma chi, forando questa prima barriera di apparenze, cercasse di trovarvi dietro un obiettivo determinato e unico che spieghi l’insieme, si ingannerebbe forse ancora più disastrosamente.
Se le proteste hanno un obiettivo politico determinato, questo è definito soltanto, nella mente dei suoi pianificatori strategici maggiori, in termini molto generali e vaghi. Generali e vaghi il sufficiente per ammettere, un qualsiasi momento, nuovi e − per l’avversario − imprevisti cambiamenti di direzione.
Prendendo come punto di partenza il fatto che “il movimento” ha avuto come suoi creatori e mentori il Foro de São Paulo e la élite globalista condensata simbolicamente nella persona del sig. George Soros, il suo obiettivo generale era stato dichiarato già molto tempo prima che il movimento esplodesse e non richiede alcun sforzo speciale di interpretazione. Si tratta, in poche parole, di chiudere la fase di “transizione” e di cominciare quella della “rottura” o distruzione attiva di un “sistema” già zoppicante e indebolito dalla onnipresente “occupazione degli spazi”. Gli slogans scelti per istigare la massa non hanno, di per sé, la benché minima importanza. Possono essere cambiati in qualsiasi momento, secondo la direzione che prenderanno le cose. Anche la tecnica del mutamento non è rigida, ma si adatta velocemente a una congiuntura in costante trasformazione; trasformazione che lo stesso movimento di per sé accelera. Non si tratta, quindi, di raggiungere questo o quell’obiettivo concreto in particolare, ma di operare con un ventaglio di possibilità in aperto e conservare, nella misura del possibile, un qualche controllo dell’insieme.
Tali possibilità sono sfruttate in modo simultaneo e, a seconda che una o l’altra si riveli più praticabile o più problematica, sarà intensificata o frenata dal comando del processo. Le più importanti, secondo la mia opinione, sono le seguenti:
(a) Cambiare la stessa leadership visibile di sinistra, sostituendo gli agenti della “transizione” con agenti della “rottura”, decisi ad azioni più drastiche.
(b) Spargere il caos per giustificare misure di forza, approfittando, al contempo, per mettere alla prova gli agenti della “transizione”: se riuscissero a controllare in modo repressivo la situazione e aumentare il potere del gruppo dominante, sopravvivranno; in caso contrario, verranno cambiati.
(c) Incitare all’azione pubblica le forze antagoniste (cristiani, patrioti, conservatori etc.) per mapparle e verificare le possibilità di controllarle o di estinguerle.
(d) Nel caso in cui l’evoluzione del movimento di dimostri favorevole nella maggioranza agli obiettivi dei pianificatori, allora fomentarlo ancora di più perché la stessa azione della militanza enragée acquisti autonomia e conquisti autorità per se stessa, trasformandosi in nuova struttura di governo.
Questa possibilità, la più apertamente rivoluzionaria pare che ormai sia stata esclusa, nella misura in cui le forze antagoniste, malgrado la loro totale disorganizzazione a assenza di un comando centrale, si sono mescolate al movimento e hanno occupato le piazze pubbliche, finendo in alcuni casi per respingere e far indietreggiare la militanza sinistrista.
Lo stesso comando della sinistra militante ha ordinato che le manifestazioni cessassero, cosa che immediatamente lascia il campo libero alle masse antagoniste e favorisce, ipso facto, l’adozione della via repressiva per strangolare la minaccia di “un golpe teocratico e fascista”. Se tale strangolamento avverrà sotto forma di repressione poliziesca violenta o di un semplice incremento dell’apparato di investigazione e controllo sociale, è ancora presto per dirlo.
Il particolare più importante, qui, è che le forze antagoniste sono costituite esclusivamente da masse amorfe e disorganizzate, senza il benché minimo comando strategico e perfino senza quelle figure di eroi improvvisati che un errore terminologico denomina leaders, quando in realtà andrebbero chiamati come “simboli agglutinatori”. Tale massa è numericamente superiore, sia alla militanza organizzata del Foro de São Paulo, sia alle truppe di agitatori da strada sussidiate dal sig. George Soros. La loro presenza nelle strade, come i fischi della moltitudine all’indirizzo del presidente Dilma Rousseff, sono, nel senso più stretto del termine, esplosioni spontanee e anarchiche al massimo grado, che contrastano, in questo, con l’azione ben pianificata dei militanti dell’altro lato, che occupano lo spazio pubblico armati di istruzioni precise, di slogans provati e riprovati (in Brasilia si è visto perfino il testo di una intera convocazione recitata in coro dalla moltitudine). In questo modo, ciò che si è visto nelle strade non è stata una competizione tra forze dello stesse genere − due militanze, due ideologie, due forze politiche − ma tra due tipi di moltitudine radicalmente eterogenee: la massa e la militanza, la rivolta confusa e l’azione premeditata.
Chi non tenesse in conto questi fattori non capirà assolutamente nulla di ciò che sta succedendo e sarà privato perfino della mera possibilidade teorica di una azione conseguente.
***
Quello che ho appena finito di dire potrebbe portare il lettore sorpreso a concludere che secondo me, o anche perfino nella realtà delle cose, i mentori del movimento comunista sono degli ingegni fuori dal comune, capaci di pensare tutte le alternative allo stesso tempo e di maneggiare tutti i pezzi della scacchiera.
Certo che non è così. Paragonato con l’ampiezza della sua potenza, il movimento comunista ha avuto un numero relativamente piccolo di genii strategici, a cominciare da Lenin e Stalin, e un numero un poco maggiore ma per nulla notevoli di talenti strategici secondari, come Saul Alinsky, Ernesto Laclau o il doppio Cloward & Piven. Ma alcune regole esplicite e tacite che questi e quelli hanno seguito sono finite per incorporarsi alla “cultura” comunista, cioè a un insieme di abitudini riflesse di pensiero condivise da tutta la militanza, che le assimila senza grande esame critico, talvolta perfino a livello semicosciente e preverbale. Ciò significa che tali regole traspariranno nebulosamente nella condotta dei leaders e dei militanti come le regole della grammatica, deformate ma non abolite, appaiono nei discorsi di chi non ha mai studiato grammatica.
Non c’è bisogno di dire che, nel passaggio dai principi strategici espliciti ed elaborati criticamente alle regole semicoscienti automatizzate, ciò che era tirocinio strategico si ribassa allo stato di automatismi mentali e di una sorta di astuta stupidità; la complessità del ragionamento dialettico appare adesso come un pensiero doppio e scivoloso, una specie di incomprensione maliziosa che tutto deforma, ma lo deforma in un senso coerente con i propositi generali del movimento comunista e benefico verso gli interessi del Partito.
Chi ha studiato il libro dello psichiatra polacco Andrew Lobaczewski, Political Ponerology, riconoscerà qui la caduta di livello da una leadership psicopatica a una classe di epigoni isterici. La psicopatia è compatibile con un elevato grado di intelligenza e acuta coscienza della situazione reale. L’epigonato isterico copia la condotta psicopatica senza comprenderla molto bene e, per questo, non differenzia chiaramente la diagnosi oggettiva della situazione dal discorso della auto identità partitaria. In altre parole: non percepisce molto bene quando sta descrivendo una situazione oggettiva e quando la sta deformando per rinforzare il sentimento di unità della militanza, fomentare l’odio al nemico o persuadere la militanza a seguire una determinata linea di azione. Lo psicopatico, quando mente, sa di mentire. Nell’isterico, la menzogna si è già talmente interiorizzata al punto di non poter più essere distinta come tale. Il risultato è che una visione totalmente falsa della situazione può, paradossalmente, produrre un’azione relativamente efficiente, nella misura in cui riflette ancora, da lontano e in modo confuso, la visione strategica originaria. È come se dicessimo che l’epigono o il militante isterico è pazzo, ma non strappa banconote: ha una visione deformata della realtà, ma deformata in un senso che, a forza di automatismi accumulati nella cultura comunista e a causa della sua radice lontana in una visione strategica cosciente, favorisce ancora l’azione del partito.
Un chiarissimo esempio di questo fenomeno è il recente pronunciamento del sig. Valter Pomar, riprodotto in basso come appendice 2.
Egli inzia così: “Chi ha partecipato o studiato gli avvenimenti precedenti al golpe del 1964 sa molto bene che la destra è capace di combinare tutte le forme di lotta”
Storicamente questo è falso. La destra brasiliana non ha mai avuto, ad esempio, un partito di massa o una militanza addestrata e organizzata. Meno che mai ha avuto una rete mondiale di partiti alleati, una “internazionale”. Non aveva una rete organizzata di case editrici di libri come il invece il Partito Comunista sempre avuto. E, durante tutto il tempo dell’occupazione sinistrista del governo, la destra brasiliana non ha mai avuto a disposizione centinaia di giornali “nanici” come ebbe invece regolarmente la sinistra durante il regime militare. E ancora meno ebbe una militanza studentesca significativa. Sono molte le “forme di lotta” che le sono mancate e che le mancano.
Pomar non sembra avere la benché minima coscienza di questo. Eppure, prendere la falsità come un fatto aiuta a rafforzare l’unità della militanza sinistrista grazie al timore di un nemico comune evocato da un passato quasi mitico.
Pomar non sta mentendo intenzionalmente. Sta mescolando e confondendo i due livelli di discorso − la descrizione della realtà e l’appello all’unità del gruppo destinatario −, come è proprio degli epigoni isterici e della “stupidità astuta” alla quale mi riferivo, quasi che una “deficienza efficiente”, espressine paradossale che corrisponde alla paradossale natura del fenomeno stesso.

[Continua]

Annunci