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L’idiota in senso stretto

Olavo de Carvalho
Diário do Comércio, 13 de outubro de 2013

(originale in portoghese)

Termini come “idiota”, “imbecille”, “mentecatto” etc., possono essere usati come meri insulti. In tal caso, non indicano alcuna deficienza mentale oggettiva nell’individuo ai quali sono rivolti, ma indicano semplicemente la rabbia che coloro che li esprimono provano nei suoi confronti − cosa che potrebbe perfino essere provocata, e frequentemente lo è, dalla percezione di una superiorità intellettuale che li mette a disagio e li umilia.

Non uso mai − ripeto: mai − questi termini in questo senso. Quando dico che qualcuno è idiota o imbecille, o quando lo suggerisco con altre parole, è perché ho notato chiaramente, nella persona della quale parlo, una o più delle 28 deficienze intellettuali segnalate dal celebre educatore rumeno Reuven Feuerstein (traduzione italiana del sito citato, NdT), le quali finiscono sempre in un giudizi impulsivi, dislocati dalla situazione.

Questo errore, il più frequente oggigiorno tra i protagonisti dei dibattiti brasiliani [solo brasiliani? NdT] corrisponde schematicamente alla fallacia logica che gli antichi chiamavano  ignoratio elenchi, per la quale uno crede di aver provato qualche cosa quando di fatto ha, al massimo, provato, e sarebbe già tanto, una cosa completamente diversa. Ciò succede, evidentemente, quando il soggetto è incapace di capire quale sia il punto in discussione. È impossibile che uno studente non prenda questo vizio quando viene addestrato fin da piccolo a ripetere tutte insieme, sempre e sistematicamente, la mezza dozzina di frasi fatte considerate come esplicative in modo universale, invece di tentare di percepire quello che sta realmente in gioco nella discussione. Il ricorso compulsivo a etichette infamanti come “fascismo”, “fondamentalismo religioso”, “pregiudizio e discriminazione”, “razzismo”, “omofobia”, “teoria del complotto”, “elite sfruttatrice” etc., è oggi praticamente obbligatorio e funziona, mediante l’impiego facile e disperatamente meccanico di questi termini, come sostitutivo socialmente approvato dello sforzo di comprendere quello che si vorrebbe controbattere.

Il controllo “politicamente corretto” del vocabolario tenta di far indossare una camicia di forza verbale all’avversario ma finisce per azzoppare intellettualmente la persona stessa che fa uso di tale artificio, riducendolo alla condizione di ripetitore isterico di insulti completamente spropositati.

Poiché ciò che nel Brasile di oggi [solo in Brasile? NdT] si chiama “educazione universitaria” consiste eminentemente nell’addestrare gli alunni a questa pratica, non è da meravigliarsi che quattro studenti ogni dieci delle nostre facoltà siano analfabeti funzionali, cosa che non significa che gli altri abbiano un’intelligenza all’altezza delle funzioni per i quali là si preparano.

Dimostrazioni di inettitudine in dosi francamente scandalose sono frequenti non solo tra i cattivi studenti, ma anche tra le persone che occupano i posti più distinti nella sfera dell’alta cultura di questo Paese [solo di quello? NdT]. Quando, per esempio, lo scrittore Luiz Ruffato è applaudito dai mass-media quando classifica come “genocidio” la riduzione del numero di indios brasiliani da quattro milioni (dato ipotetico) ai 900.000 di oggi, iniziando dai tempi di Pedro Álvares Cabral (lo scopritore del Brasile) fino a oggi, tanto egli quanto la sua platea dimostrano che non hanno la più pallida idea di cosa sia un genocidio e usano la parola soltanto come rinforzo dell’identità di gruppo dei “buoni” contro i “cattivi”. “Pensare”, in Brasile [solo in Brasile?NdT], significa che uno si innamora di un simbolo di quello che gli sembra “il bene” e “la giustizia” e immediatamente attacca il generatore del chiacchiericcio per farla finita con il male nel mondo.

Altrettanto deve essere detto del dr. Miguel Nicolélis, che si appoggia sulla sua autorità di neuroscienzato per dire che Gesù, Abramo e Maometto erano solo schizofrenici che si immaginavano di parlare con Dio. Quest’uomo studia il cervello da decenni, ma ancora non si è reso conto che è impossibile incontrare, in questo organo, una qualsiasi prova che un qualunque oggetto pensato esista o non esista fuori di esso.

Ciò si applica a Dio, a un gatto, a un sasso o a una banana. Si applica, tra l’altro, anche allo stesso cervello. Evidentemente, l’illustre membro dell’Accademia Pontificia delle Scienze non capisce la portata della sua stessa affermazione, prodotta nel generatore di chiacchiericcio per fare lo stupendo davanti a persone che come lui non l’hanno compresa. Sei mesi di studio delle Ricerche Logiche di Husserl non gli farebbero alcun male.

Ormai non commento più i commentatori enragés che, in esplosioni verbali di una comicità irresistibile, appaiono ogni minuto professando di farla finita con Olavo de Carvalho una volta per tutte. Uno di essi, al quale tentavo di spiegare che non è possibile avere servizi pubblici gratuiti e, al contempo, “finirla con la diseguaglianza sociale”, non sembrava capire che un servizio pubblico è gratuito solo quando è pagato da qualcuno che non è il suo beneficiario: la riduzione della diseguaglianza sociale distribuisce le spese tra tutti in modo più equo e fa finire la gratuità. In una situazione idealizzata, dove tutti avessero guadagni equivalenti, delle due l’una: o tutti pagherebbero contributi uguali per sostenere i servizi indipendentemente dall’usarli o meno, o ciascuno pagherebbe in modo proporzionale i servizi che ricevesse. Nel primo caso, verrebbe subito instaurata la diseguaglianza tra coloro che pagano senza usare e quelli che usano senza pagare. Nel secondo caso, i servizi non sarebbero affatto gratuiti. Per quanto io spiegassi, analizzassi e facessi un disegno di questa semplice equazione, il soggetto in questione, di formazione universitaria, continuò a scalciare e a giurare che io ero un adepto della ingiustizia sociale.

Si può avere divergenze di opinioni solo tra persone con un livello simile di intelligenza e di conoscenza. Con in mentecatti, ciò che esiste è una difficoltà di comunicazione quasi invincibile.

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