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Ci sono due tratti essenziali del movimento rivoluzionario che i suoi oppositori a malapena riescono a percepire, e molto meno  a utilizzarli per combatterlo in modo efficace..

Il primo è il rifiuto di fissare una meta definita o un termine entro il quale raggiungerla. Questo permette che il movimento rivoluzionario assorba ogni tipo di forze e tendenze sconnesse, unite solo dal comune odio a un nemico che rimane, anch’esso, vago e indefinito quanto basta per lasciare alla leadership rivoluzionaria lo spazio libero per ogni tipo di aggiustamenti e accomodazioni opportuniste. Se si chiede, ad esempio, in cosa la disseminazione dell’omosessualità può contribuire alla statalizzazione dell’economia, o in cosa l’islamizzazione delle masse può contribuire alla disseminazione dell’omosessualità, la risposta, in entrambi i casi, è: in nulla. Eppure queste tre tendenze sono affratellate nella battaglia e insieme contribuiscono per il rafforzamento del potere rivoluzionario. Ad esse si aggiungono il femminismo, l’abortismo, indigenismo, l’ecologismo, la negritude, il movimento “per i diritti degli animali”, la liberalizzazione delle droghe, etc. etc. etc. La lista non ha fine. Qualsiasi cosa abbia una qualche forza corrosiva, serve. Contro cosa si uniscono queste forze? Nominalmente è − talvolta − contro una cosa chiamata “sistema”, ma questo è solo un simbolo unificatore e non un’unità esistente, visto che il movimento rivoluzionario è spalleggiato ampiamente da organizzazioni che personificano il “sistema” in modo chiarissimo e inconfondibile, come le Fondazioni miliardarie, i grandi mass-media, l’industria dello show business, gli organismi internazionali e così via.

Lungi, quindi, dal condensarsi in una “ideologia”, il movimento rivoluzionario si caratterizza per la sua capacità di integrare e utilizzare discorsi ideologici più diversi ed eterogenei. Ideologicamente, il suo unico principio di unità è l’odio feroce e instancabile a tutto ciò che non sia se stesso, o a tutto ciò che si opponga all’espansione illimitata del suo potere.

La forza di coesione che mantengono insieme i componenti di questa massa eteroclita di odio e rancori disparati risiede nella sfera della strategia, non dell’ideologia. Tale unità strategica si riflette nel fatto che, per vie più diverse e apparentemente incompatibili tra loro, il movimento rivoluzionario esce sempre rafforzato, succeda quel che succeda.

Il secondo aspetto al quale mi riferisco risiede nel fatto che il movimento rivoluzionario non solo vuol modificare la situazione qua o là, ma dirigere il corso intero della storia del mondo. Dalle sue origini più remote − le ribellioni degli hussiti e taboriti nel XV secolo − questo movimento già portava con sé una interpretazione onnicomprensiva della storia  universale e l’ambizione, o la necessità compulsiva, di modellare su di essa, perfino nei minimi dettagli, la vita di tutta la futura umanità.

Soltanto un’altra forza storica ha abbracciato un’idea simile: l’Islam. Immaginare che la Cristianità ebbe un obiettivo simile è una illusione ottica. Il cristianesimo ha sempre lottato per la sua espansione mondiale, ma portando a popoli e nazioni un messaggio di salvezza che si dirigeva alle anime individuali senza portare con sé alcun progetto onnicomprensivo di una società, al contrario, adattandosi plasticamente alle diverse realtà sociali, culturali e politiche che incontrava davanti a sé. L’Islam, al contrario, è per essenza un progetto di società, un codice civile che regola ogni attività umana − sociale, economica, familiare, politica etc., − e, a rigore, accetta solo di convivere con altre forme di società fintanto che non si sente forte sufficientemente per islamizzarle da cima a fondo e bandire dallo spazio pubblico − e perfino dalla vita privata − tutto ciò che non sia espressamente determinato dal Corano.

Non meraviglia, quindi, che, dopo essersi ignorati reciprocamente per molto tempo, l’Islam e il movimento rivoluzionario siano venuti a darsi la mano non appena la lotta di classe e la lotta di razza, nei primi decenni del XX secolo, con il comunismo e il nazismo rispettivamente, assunsero la forma esplicita di una guerra di cultura e nazioni per il dominio del globo terrestre.

È certo che questa alleanza non potrà durare eternamente. Una lotta all’ultimo sangue tra musulmani e rivoluzionari sarà inevitabile, non appena gli uni e gli altri si sentiranno al sicuro dai propri avversari comuni. Non c’è però una scadenza certa entro la quale questo avverrà.

Ciò che è importante è che questi due aspetti − la plastica non definizione degli obiettivi e l’universalità delle ambizioni − assicurano al movimento rivoluzionario una flessibilità di mezzi d’azione che disorienta i suoi avversari e gli permette di trasfigurare sconfitte in vittorie con un gesto di bacchetta magica. Gli esempi più noti sono il successo politico ottenuto dal Vietnam del Nord dopo la distruzione quasi completa delle proprie forze militari, la resurrezione mondiale del sinistrismo quando la caduta dell’URSS sembrava annunciare la sua imminente estinzione e, in scala minore e più locale, il processo in corso che sta trasformando le FARC, da gruppo guerrigliero moribondo dal punto di vista militare, in una forza politica trionfante, legalmente riconosciuta.

Di fronte  a questo mostro dalle mille facce e di innumerevoli tentacoli, le resistenze che gli sono opposte sono parziali ed episodiche, basate quasi sempre in una visione parrocchialmente stretta dei fattori in gioco, ora ispirata in valori religiosi, ora in sentimenti patriottici qua e là, ora in interessi economici di gruppi o fazioni. In verità queste forze di resistenza sopravvivono non per merito proprio, ma appena soltanto per il carattere essenzialmente negativo del movimento rivoluzionario, che cresce per autodistruzione e non può costruire nulla di stabile.

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