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strunzOgni anno Olavo porge ai suoi lettori degli auguri che valgono sempre la pena di essere meditati. Anche quest’anno il suo augurio è particolarmente stimolante. Ho rotto quest’anno la mia tradizione di postare un augurio di Olavo di alcuni anni fa, ma purtroppo non sono stato molto al Pc in questi tempi. Qui il link dello scorso anno, e qui a un altro pezzo di Olavo sul Natale sempre dell’anno scorso. Ecco però quello di quest’anno:

Buon Natale, lo vogliate o no

di Olavo de Carvalho | 24 Dezembro 2013

(originale in portoghese da Midiasemmmascara)

Per quanto mi sforzi, non riesco a immaginare come si faccia per augurare “Buon Natale” contro qualcuno. Anche nel caso in cui ci stiamo rivolgendo a uno che rifiuti il nostro Cristo con tutte le sue forze, ciò che gli insegnamo con queste parole, visto che egli non desidera i benefici della vita futura, è che almeno possa godere di una qualche pace e benessere nella sua casa mentre, nella nostra, celebriamo l’avvento del Salvatore senza disturbarlo nella benché minima cosa e perfino pensando a qualcosa in suo favore durante le nostre preghiere.

Invece, da un po’ di tempo in qua un vasto gruppo di atei militanti, appoggiato da organizzazioni miliardarie e con l’appoggio dei grandi mezzi di informazione, hanno deciso di fingere di sentirsi mortalmente offesi quando li salutiamo in questo modo. Quando però invece di “Buon Natale” uno di loro ci dice “Buone Feste”, il senso del suo messaggio è chiaro: “Vai al diavolo tu e il tuo Natale, il tuo Cristo e tutta la tua maledetta religione. Nascondila, praticala nelle catacombe ma leva questa cosa odiosa dalla mia presenza”. È sottointeso che, salutati con una così grande gentilezza, dobbiamo retribuire augurando al nostro interlocutore una pletora di beni di questo mondo e una totale non preoccupazione per quanto riguarda l’esistenza dell’altro. Se invece di questo tu insistessi a rispondere “Buon Natale”, dovrai farlo con la piena coscienza che queste due paroline fatidiche saranno accolte come una dichiarazione di guerra. È così che, in questo come in altri casi, il senso di ciò che diciamo non dipende più dall’intenzione con la quale lo facciamo, ma dal proposito immaginario che in fingitore isterico ci ha attribuisce. Siccome egli ci odia, deve far di conto che la nostra gentilezza sia un’offesa intollerabile.

Questa inversione proiettiva − forse il sintomo più classico dell’isteria − è una mia vecchia conoscenza. Una decina di anni fa, un gruppo di ragazzini ritardati creò su Orkut una comunità dal nome “Noi odiamo Olavo de Carvalho”, dove diffondevano su di me le storie più spaventose, mi attribuivano tutti i tipi di bassezze e crimini e passavano al setaccio la vita della mia famiglia alla ricerca di scabrosi peccati. Ovviamente, il tutto sotto il pretesto di “dibattito democratico”, con il diritto supplementare di lamentarsi di “attacchi ad hominem” quando, una o due volte in dieci anni, davo loro un minuto di attenzione e li mandavo a quel paese. Quando la virulenza della cosa arrivò al livello della follia pura e semplice, essi cambiarono il nome della pagina in “Olavo de Carvalho ci odia”, per dare l’impressione che ero io, in qualche misterioso modo, l’autore delle loro azioni, la fonte misteriosa dell’odio che mi gettavano addosso.

Il caso, in sé, non ha la minima importanza, ma, se questo non mi fosse già successo, forse io non avrei compreso così chiaramente come comprendo oggi il meccanismo psicopatologico che inverte il senso dell’augurio natalizio e gli attribuisce una intenzione odiosa nello stesso momento in cui lo copre di odio.

Lo stesso meccanismo è in azione, ovviamente, quando qualcuno appicca fuoco a una chiesa, urina su un altare, palpeggia un tizio dello stesso suo sesso durante la messa o si infila un crocefisso nel sedere per provare, con una logica insuperabile, che il cristianesimo è una “religione dell’odio”. [Tutte queste cose orribili alle quali Olavo si riferisce sono tutte realmente accadute recentemente in Brasile, NdT]

Poiché il ragionamento isterico si è disseminato nella nostra società al punto di servire da modus argumentandi esemplare e obbligatorio in tesi universitarie, dibattiti parlamentari e opinioni eruditissime espresse in articoli di giornale, è prevedibile che in breve il senso insultante dell’espressione “Buon Natale” sarà consacrato da una legge e queste due parole potranno essere dette soltanto all’interno di un recinto chiuso, tra persone che abbiamo preventivamente sottoscritto un disclaimer esentando da qualsiasi responsabilità penale l’incosciente che osi pronunciarle.

Per il momento è solo una tendenza, una possibilità che forse potrà essere evitata. Ma certamente non lo sarà se i cristiani, anticipando servilmente i piani dell’oppressore, acconsentiranno a limitari al vuoto e generico “Buone Feste” per non ferire delle finte suscettibilità.

Quindi, ecco qui i miei auguri: Buon Natale a tutti, compresi quelli che non lo vogliono.

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