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Psicopatici

Olavo de Carvalho
Mídia sem máscara, 5 de novembro de 2013

Ogni psicopatico è, per definizione, psicologicamente invincibile. Per quanto tu possa mostrargli i suoi errori e provare i suoi crimini, egli continuerà non solo a proclamare la sua innocenza, ma anche cantando vittoria.

Lo psicopatico non sente colpa, non sa cosa sia il pentimento interiore, ma sfugge dalla vergogna esteriore con una ostinazione inflessibile, difendendo con la ferocia di mille leoni l’unico patrimonio morale che possiede: l’amor proprio. Quello stesso amor proprio ch il cristiano distrugge sistematicamente tutti i giorni confessando i suoi peccati a un tribunale interiore dove l’autoinganno non resta illeso, è per lo psicopatico il bene supremo, l’arma dal quale dipende per garantire la sua sussistenza, la sua ascensione sociale, il suo successo nel mondo. Anche se preso in flagrante, anche con la prova del suo crimine esibita davanti a tutti, egli mai ammetterà: “Ho peccato, ho bisogno di perdono”. Egli non soffrirà mai interiormente per aver fatto del male, per aver danneggiato un innocente, per aver ferito un fratello, rovinato un amico o attaccato vigliaccamente un nemico alle spalle. Invece di tutto questo egli produrrà da nulla i più straordinari sotterfugi e razionalizzazioni, appellandosi, se necessario e possibile, al più ricercato e posticcio surrogato di erudizione, pur di non cedere un millimetro. Nessuna lacrima di pentimento scorrerà sul suo viso, nessuna richiesta sincera di perdono scaturirà dalla sua bocca.

Se io, per una leggerezza e anche senza l’intenzione cosciente di mentire, avessi sparso contro qualcuno un chiacchiericcio tanto perverso quanto la storiellina del mio fallimento in un esame di ammissione alla USP, che Paulo Ghiraldelli e Bertone de Oliveira Sousa si sono inventati a mio rispetto, un secondo dopo essermene accorto io mi sentirei male, così umiliato davanti alla mia coscienza e davanti a Dio, che non solo chiederei perdono all’avversario diffamato, ma anche perderei qualsiasi impulso di discutere con lui, eccetto che nei termini più amichevoli e rispettosi possibili, nel caso che egli, dopo una tale mia infamia, ancora mi concedesse questo onore.

Questa è la reazione normale di un essere umano, anche senza una fede religiosa. La religione può affinare la coscienza morale, ma solo quando questa già esiste. Nessuna conversione religiosa, per sé, correggerà uno psicopatico. Sarà necessario un duro controllo esterno per mantenerlo nei limiti di una condotta tollerabile. O, per cambiarlo da dentro, un miracolo.

Ghiraldelli e Bertone sono ovviamente psicopatici. Psicopatici leggeri, di quelli che non arriverebbero forse all’omicidio, ma che sia aprono progressivamente il cammino nella vita con piccoli delitti sottili, quasi impercettibili, difendendosi coraggiosamente contro qualsiasi intrusione della coscienza morale in un argomento così importante come la gloria del loro ego nel mondo.

In una situazione normale, le persone hanno generalmente una qualche difesa istintiva contro tali individui. Percepiscono vagamente che vi è in loro qualcosa di errato e, senza accusarli di nulla, si allontanano da loro per precauzione.

La confusione morale generalizzata nell’ambiente mentale brasiliano [e non solo, NdT], negli ultimi anni, favorisce, al contrario, l’ascensione di migliaia di questi tipi verso posizioni di distacco nella società: questi diventano giornalisti, professori, formatori di opinione, non raramente politici e governanti.

Due fattori concorrono al loro successo.

Il primo è di ordine neurofisiologico. Essi non hanno sentimenti morali, ma percepiscono quelli degli altri e sanno manipolarli a proprio vantaggio. Ciò accade perché, davanti a situazione che moralmente dovrebbero toccare i loro cuori, ciò che si attiva nel loro cervello non sono le aree emozionali, come nelle altre persone, ma l’area della comunicazione linguistica. Con la più grande facilità, essi dissolvono la percezione morale altrui in una pasta confusa di sotterfugi verbali che bloccano la certezza intuitiva e la sostituiscono con dubbi e cambiamenti di discorso artificiosi a livello scoraggiante per chiunque, in generale superiore alla capacità di analisi logica della persona comune. Groucho Marx ritrattò ironicamente la situazione con la sua famosa frase: “Ma insomma, vuoi credere a me o ai tuoi propri occhi?”

Il secondo, che decorre dal primo, appartiene però di più alla sociologia. I sentimenti morali profondi sono in generale, difficili da verbalizzare. Restano custoditi nel fondo delle anime, comunicabili soltanto in relazioni di eccezionale intimità, quando uno sguardo dice di più di mille parole. Vedere i propri sentimenti morali più personali e autentici essere agitati, contestati, sfarinati con le arti di una logica infernale è, per la quasi totalità delle persone, una esperienza intimorente. Ecco perché, se non riescono a evitare la compagni di psicopatici mediante una precauzione istintiva, possono finire per cedere e sottomettersi al dominio della mente più aggressiva, più veloce, più maliziosa e più abile.

Quando scrivo cerco di esprimere non solo ciò che vedo e sento, ma anche ciò che pure i miei lettori vedono e sentono. Migliaia mi scrivono messaggi del tipo “Hai detto esattamente quello che tentavo di dire e non riuscivo”. Lo psicopatico, al contrario, scrive per insinuare che tu non hai sentito ciò che hai sentito, non hai visto quello che hai visto. E molte volte riesce davvero a instillare nel cervello delle persone la Sindrome di Titti (“Oh oh, sarà che ho visto proprio un gatto?”, NdT).

Quando inizio una qualche discussione, parto dal principio che il mio antagonista, se anche se non è un modello di onestà, è almeno una persona normale. Cerco, quindi, di attenermi all’argomento della discussione, senza fare molto caso alla forma mentis dell’avversario. I miei lettori sono testimoni dell’attenzione infinita che presto agli argomenti dei critici e degli antagonisti, anche quando sono evidentemente idioti. Ma quando percepisco che colui con il quale sto dibattendo è uno squilibrato, e che quindi il tema in discussione non è il vero centro dei suoi pensieri, ma solo il pretesto occasionale per la ricerca di una compensazione nevrotica o l’espressione di una genuina fantasia psicotica, smetto immediatamente la discussione per non ferire più profondamente una mente già ferita. Ma, se identifico in lui qualcosa di più grave, non una semplice malattia mentale, una nevrosi o una psicosi, bensì una psicopatia in senso stretto, è necessario qualcosa di più che interrompere un dibattito. Si deve avvertire la platea che stiamo tutti alla presenza di un criminale.

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