Tag

Guerra fredda o guerra asimmetrica?
Olavo de Carvalho | 27 Julho 2014
(originale portoghese)

Accettata ancora in Brasile [solo in Brasile?! NdT] come dogma indubitabile, la visione popolare della Guerra Fredda come una lotta accesa e implacabile tra due potenze che si odiavano può essere buttata nel cestino della spazzatura come uno stereotipo ingannatore, storiella da bambini inventata per dare ai cervelli pigri l’illusione che essi stavano comprendendo quello che accadeva.
Negli ultimi decenni, sono stati così tanti i fatti portati alla luce dalla decifrazione dei codici Venona (comunicazioni in codice tra l’ambasciata URSS di Washington e il governo di Mosca) e dalla pletora di documenti scovati negli archivi sovietici, che praticamente nulla dell’opinione chic che dominava all’epoca, resta oggi in piedi.
In realtà, l’occupazione principale del governo e dei mass media sovietici in quel periodo fu quella di mentire contro gli USA, mentre i loro equivalenti americani si dedicavano, con il medesimo impegno, a mentire a favore dell’URSS. Non solo mentire: ma coprire i suoi crimini, proteggere i suoi agenti, favorire i suoi interessi a discapito di quelli di nazioni amiche e, non raramente, della stessa nazione americana.
Al posto dell’equilibrio di forze che, assecondato o no da un osceno equivalentismo morale, ancora appare nei massmedia dozzinali e nelle Wikipedias del cavolo come fedele ritratto storico, quello che si vede oggi è che il conflitto USA-URSS fu quello che più tardi sarebbe stata chiamata “guerra asimmetrica”, nel quale un lato combatte l’altro e l’altro combatte se stesso.
Non che non ci fosse, da parte americana, un deciso e vigoroso anticomunismo, disposto a tutto per contrastare l’avanzata sovietica in Europa, in Asia, in Africa e in America Latina. Furono davvero tante le personalità che si segnalarono in questa battaglia − giornalisti, scrittori, artisti, politici, militari, agenti dei servizi −, e così giganteschi furono i loro sforzi, che deriva da loro quello che può esserci di legittimo nella visione degli USA come il nemico per eccellenza del movimento comunista. Basta citare i nomi di George S. Patton, Douglas MacArthur, Robert Taft, Whittaker Chambers, Joseph McCarthy, Eugene Lyons, Sidney Hook, Fulton Sheen, Edgar J. Hoover, James Jesus Angleton, Robert Conquest, Barry Goldwater, per capire che l’anticomunismo si proiettò come una immagine tipica dell’America, non solo all’estero ma anche davanti agli stessi americani.
Esaminando, però, caso per caso, ciò che si verifica è che in ognuno di essi la forza ispiratrice fu l’iniziativa personale e non una politica di governo; e che, praticamente senza eccezione, tutti coloro che si distaccarono in questa lotta vennero boicottati, si videro le mani legate dalle autorità di Washington (anche quando essi stessi facevano parte del governo) e furono ridicolizzati dai massmedia, dal sistema di insegnamento e dallo show business, in vita o dopo la loro morte. Non raramente, vennero sabotati e perseguitati dai loro stessi compagni repubblicani e conservatori, paurosi di apparire più anticomunisti di quanto l’anticomunismo vigente nel mondo chic permetteva
Insomma: mentre la società americana ribolliva di anticomunismo, la politica ufficiale, da Roosevelt in poi, con la notevole eccezioni della gestione di Ronald Reagan, fu sistematicamente quella del collaborazionismo, e non sempre ben nascosto.
Ciò che spiega questo è che gli agenti sovietici infiltrati nel governo e nei grandi massmedia non erano poco più di una cinquantina, come pensava il povero Joe McCarthy, che pagò per questo calcolo modestissimo il prezzo di diventare il senatore americano più odiato di tutti i tempi. Erano, oggi lo sappiamo – più di mille, molti dei quali collocati in posti elevati della gerarchia, che fecero molto di più che “influenzare”: arrivarono a determinare il corso della politica estera americana, sempre, è chiaro, in un senso favorevole all’URSS. Il caso più classico fu il deterioramento delle relazioni tra USA e Giappone, che culminò nell’attacco a Pearl Harbor – un piano ingegnosissimo concepito a Mosca per liberare l’URSS dal pericolo di una guerra su due fronti, gettando contro gli americani la furia nipponica mediante un gioco ben articolato tra la “Orchestra Rossa” di Richard Sorge a Tokio e il consigliere del presidente Harry Hopkins a Washington.
Ma i capitoli della saga collaborazionista si accumulano in una allucinante profusione fino alla gestione Clinton, quando lo stimolo governativo a investire in Cina fece di un paese fallito una potenza nemica e minacciosa.
Non credo che questa storia − forse la più ben documentata del XX secolo − sia mai stata raccontata in Brasile [solo in Brasile?!NdT]. Anche negli USA circola soltanto tra intellettuali e storici di professione, mentre il popolone ancora segue la leggenda ufficiale. È una storia troppo complessa perché la possa riassumere qui. Quello che posso fare è suggerire alcuni libri che daranno al lettore una visione dello stato attuale della ricerca:

Diana West, American Betrayal. The Secret Assault on Our Nation’s Character (St. Martin’s, 2013).

Herbert Rommerstein and Eric Breindel, The Venona Secrets. Exposing Soviet Espionage and America’s Traitors (Regnery, 2000).

John Earl Haynes and Harvey Klehr, Venona. Decoding Soviet Espionage in America (Yale University Press, 1999).

Allen Weinstein and Alexander Vassiliev, The Haunted Wood. Soviet Espionage in America. The Stalin Era (Random House, 1999).

Paul Kengor, Dupes. How America’s Adversaries Have Manipulated Progressives for a Century (ISI Books, 2010).

Arthur Hermann, Joseph McCarthy. Reexamining the Life and Legacy of America’s Most Hated Senator (Free Press, 2000).

M. Stanton Evans, Blacklisted by History. The Untold Story of Senator Joe McCarthy (Crown Forum, 2007).

Robert K. Willcox, Target: Patton. The Plot to Assassinate General George S. Patton (Regnery, 2008).

Annunci