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piopioMolto tempo è passato dall’ultimo post. Un po’ la vita e le vicende, un po’ perché vedendo avverare quello che scrivo da tempo (ultimo: il Califfato…quando ne parlai la prima volta, sulla scorta di Olavo come sempre, quante risate, quanti sorrisi ironici…) non c’è stato uno, dico uno, che mi abbia detto “cavolo, avevi ragione…ma allora anche …”. E questo mi aveva scocciato, lo ammetto. Poi mi sono detto “piantale di fare il bambino imbronciato”. Continua a scrivere. Perché?

Perché i tanti commenti che sento in giro sulla attuale situazione mondiale sono basati solo sulla apprensione superficiale dei fatti, ossia quello che si legge sui giornali. Quelli che ragionano ancora in termini di interessi nazionali (“La Francia vuole, gli USA non vogliono” etc..); si è vittime delle fiction buoniste dove quelli che i flussi migratori nel nostro paese sono “persone disperate che fuggono dagli orrori della guerra” e non parte di una strategia di invasione iniziata trent’anni fa; quelli che  l’Islam è una cosa buona, i fondamentalisti sono solo traditori della loro religione; quelli che il comunismo è morto; quelli che “chi sono io per giudicare” se mi vogliono mettere in galera perché dico che una pesca è una pesca e non una banana…oh yeah…

A me è sempre interessato invece andare alla radice del fenomeno. Per questo il magistero di Olavo è uno strumento imprescindibile per me. Sono 17 benedetti anni che lo leggo, lo studio, lo applico, lo metto alla prova. Finora non ho trovato un solo motivo per smettere.

Quindi riprendo il discorso cercando di ritornare alle radici. Poiché i “discorsi” globalisti che si stanno scontrando sono tre; siccome hanno in comune l’odio alle radici ebraico-cristiane, e la cosa mi riguarda; riflettiamo di nuovo su questa bestia a tre teste.

E tanto per cominciare, il comunismo non è morto.

L’uovo e il pulcino

Olavo de Carvalho, 3 agosto 2014
(originale in portoghese)

Il mio articolo precedente ha suscitato una domanda interessante nei commenti. Se c’è così tanta gente nelle alte sfere che collabora con il comunismo, come è che questi ancora non sta dominando il mondo?

La prima e più ovvia risposta è che il “comunismo” come regime, come sistema di proprietà, è una cosa; il “movimento comunista” in quanto rete di organizzazioni è un’altra. Il primo è assolutamente impraticabile, ma proprio per questo il secondo può crescere in modo indefinito senza mai essere obbligato a realizzarlo, limitandosi, al posto di ciò, a raccogliere i guadagni di ciò che continua a rubare, usurpare, prostituire e distruggere lungo il cammino.

Sono due fasce di realtà completamente distinte, che si mischiano in una confusione disorientante sotto la denominazione “comunismo”.

Un’analogia renderà le cose più chiare. Nessun essere umano può condurre una vita ragionevole basata su una follia, ma, proprio per questo, nulla gli impedisce di diventare sempre più folle: egli finisce male, ma la follia progredisce. La forza della follia consiste precisamente nell’esimersi dal test di realtà. I comunisti non possono realizzare una economia comunista. Se hanno una immensa facilità nell’ingreggiare persone perché lottino per questo fine irrealizzabile, è proprio perché è irrealizzabile, che è come dire: inaccessibile a qualsiasi verifica oggettiva dei risultati. Non esisterò mai una economia comunista della quale i suoi creatori dicano: “Ecco qui il comunismo realizzato. Potete giudicarci e dire se abbiamo o no mantenuto le nostre promesse”. È nella natura più intima dell’ideale comunista essere una promessa indefinitamente autorimandabile, immune, perciò, da qualsiasi giudizio umano. Il suo prestigio quasi religioso viene proprio da questo: il comunismo porta il Giudizio Finale dal cielo alla terra, ma senza fissare la data.

Viene da questo l’apparente paradosso di un movimento che, quanto più cresce e diventa potente, tanto più si allontana dai propri fini proclamati. A questo paradosso se ne aggiunge un secondo: quanto più si allontana da questi fini, tanto più il movimento diventa libero per giustificarsi con il fatto che è stato tradito e che ha diritto a una nuova opportunità, con mezzi più “puri”. Ma il paradosso dei paradossi risiede in una fascia ancora più profonda. Se qualcuno dice che farà l’impossibile, di sicuro non lo farà o farà un’altra cosa. Se fa qualcosa potrà al contempo dare a questa cosa il nome di quello che voleva e giustificarsi che esso ancora non è, o che non lo è affatto, quello che voleva. Ecco l’ambiguità permanente del discorso comunista, che può sempre gloriarsi di essere un movimento potente destinato a una inevitabile vittoria, e al contempo, minimizzare o negare la sua stessa esistenza, giurando che essa non è altro che una “teoria del complotto”, di una panzana inventata dai lacchè del capitale.

È allucinante, ma è ciò che accade ogni giorno. È certo: la mente comunista non funziona secondo i canoni della normale psicologia, ma segue una logica propria dove si mescolano, in dosi indistinguibili, abilità dialettica, autoinganno isterico e mendacità psicopatica.

Proprio per questo la crescita vertiginosa del movimento comunista accompagna, pari passu, non la decadenza del capitalismo, ma la scalata del suo successo. Il comunismo come regime, come sistema economico, non esiste e mai esisterà. Il comunismo può esistere solo come movimento politico che vive da parassita del capitalismo e, per questo, cresce con esso.

Ma, per quanto sopravviva e si fortifichi, il corpo parassitato non resta illeso dall’azione del parassita: limitato sempre di più alla funzione di fornitore di aiuti e pretesti al parassita, gradualmente finisce per perdere tutti i valori morali, religiosi e culturali che in origine lo ispiravano e riducendosi alla meccanicità del puro gioco economico, diventa sempre più facile da criticare, mentre il parassita si adorna di tutto il prestigio della morale e della cultura.

Il modus operandi di questa azione parassitaria è doppio: da un lato, le economie comuniste sopravvivono soltanto grazie agli aiuti capitalisti che vengono dall’estero. Dall’altro, in ogni nazione, la crescita dell’economia capitalista alimenta sempre più generosamente la cultura comunista.

Nella stessa misura in cui la più assoluta impraticabilità impedisce la costruzione della economia comunista, il comunismo militante ottiene vittoria su vittoria nel suo impegno di trasformare il capitalismo in un trabiccolo infernale e senza senso.

Ogni logica del comunismo, in definitiva, deriva dalla idea hegeliana del “lavoro del negativo”, o “distruzione creativa”. Ma distruzione creativa è solo una figura di linguaggio, una metonimia. La distruzione di una cosa può dar luogo alla crescita di un’altra solo se questa è mossa dal di dentro da una forza creativa propria, che nulla deve alla distruzione. Sperare che la distruzione, di per sé, crei qualche cosa, è come volere che nasca un pulcino da un uovo fritto.

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