La proibizione della realtà

Olavo de Carvalho O Globo, 1 de junho de 2002

Orig. in portoghese (https://goo.gl/NizUWv)

Sentimus experimurque nos aeternos esse, diceva Spinoza: “Sentiamo e sappiamo per esperienza di essere eterni” . Questo è il più basilare vissuto umano, quello che ci costituisce come uomini, che ci differenzia dagli animali, che struttura l’intero quadro della nostra percezione e del nostro linguaggio. Questo è il fondamento della possibilità stessa di esistere di una società, una civiltà, una “storia”. L’eternità non è semplicemente una durata senza fine. Eterno, così lo definiva Boezio (475/7- 524/6), è l’essere che detiene “il possesso pieno e simultaneo di tutti i suoi movimenti”. Noi non abbiamo questo possesso. I nostri movimenti sono vissuti in successione, e fuggono in modo irreparabile. Ciò nonostante, sappiamo che il fuoco fatuo che ha brillato un istante sulla superficie delle apparenze, scomparendo subito dopo, non sarà mai più revocato, non potrà mai più diventare “un nulla”. Ciò che è avvenuto non può dis-avvenire: passato e dimenticato, ciò che una volta è entrato nel reale resta scritto per sempre nel registro dell’essere. Ogni momento, in questo senso, è eterno. Se non ne avessimo un chiaro presentimento, non avremmo coscienza del tempo storico. Se non sapessimo che al di là dell’orizzonte che ricordiamo ci sono milioni di cose da ricordare, tanto reali quanti quelle che ricordiamo, non ci sarebbe la memoria umana. Molto meno ci sarebbe il sistema dei tempi verbali che, in tutte le lingue, organizzano il vissuto di tempi diversi, passati e futuri, reali e possibili, intorno a un “non-tempo” che è il presente eterno.

Non possediamo l’eternità nel nostro essere temporale, ma non potremmo neppure apprendere la temporalità se non possedessimo nulla dell’eternità dal punto di vista intellettivo. È un possesso precario, imperfetto, Ma, senza di esso, non sapremmo neppure la nostra stessa imperfezione e precarietà. Non possiamo né raggiungere l’eternità né saltarne fuori. Per questo, diceva Platone, viviamo in un territorio di mezzo, in un “intramondo”.

Questa è la struttura essenziale della nostra esistenza e, al contempo, l’esperienza base nella quale tale struttura si rivela: essere uomo è vivere nella tensione tra il tempo e l’eternità; essere uomini in modo umano è sperimentare questa tensione in modo cosciente e sapere che essa è inevitabile: sentimus experimurque nos aeternos esse.

Per questo motivo osserviamo le tracce di tale esperienza in tutte le epoche e in tutte le culture, senza eccezione. Sotto una varietà inesauribile di simbolizzazioni, il senso dell’eternità e, in opposizione complementare a essa, la coscienza della precarietà del suo possesso sono le più antiche e infallibili “costanti dello spirito umano”.

Non si tratta, quindi, di una “dottrina”, di una “idea”, di una “visione del mondo”. Si tratta della realtà basilare che simboli, dottrine, idee e visioni del mondo esprimono in modi illimitatamente vari, imperfetti, provvisori. Non è qualcosa che si possa “discutere”. Tutto ciò che si discute sono le espressioni. La struttura dell’esistenza è sottesa a tutto ciò che è umano. Essa istituisce la forma logica, linguistica ed esistenziale delle dispute, e per questo non è mai materia di discussione. Poiché ogni discussione dipende da essa, essa non può essere discussa.

Però, può venir ignorata. Può restare “fuori” dell’ambito della coscienza di individui o di epoche, e ciò tende ad avvenire proprio quando tale ambito della coscienza, raggiungendo la sua piena espressione culturale, tende a prendersi come autosufficiente e, disprezzando sovranamente gli altri individui o epoche, si sostituisce alla struttura della realtà, istituendo, al suo posto una “credenza”, una “idea”, una “dottrina” o un “consenso”. È il governo delle ideologie.

Agli inizi, l’oblio o il disprezzo della realtà è implicito, quasi incosciente. Locke o Hume non avevano la benché minima intenzione di negare la struttura dell’esistenza: la riducevano soltanto a una “idea generale”. Così, la realtà non era più il quadro esistenziale delle discussioni: era una idea in discussione. E i filosofi erano ormai maturi per credere che, dominando l’idea, dominassero la realtà.

La reazione di Marx, che prometteva di abolire questo stato di alienazione, non fece altro che aggravarlo. Il suo appello a “trasformare il mondo invece di interpretarlo” aveva lo scopo di liberare gli uomini dalla prigione dell’idea non mediante un ritorno alla realtà – un pentimento o una metanoia – bensì attraverso l’instaurazione di una nuova realtà che, prodotta dall’azione sociale deliberata, non poteva essere altro che figlia dell’idea. Qui l’idea non si sostituiva più alla realtà solo nella immaginazione degli uomini, ma nella situazione sociale stessa creata per isolarli, in modo legale, dalla esperienza della realtà. Con il materialismo scientifico, il manicomio idealista cessava di essere un progetto, un ideale: diventava una “Seconda Realtà”, come la chiamava Robert Musil, capace di coprire la prima e farla diventare inaccessibile.

Ma una cosa è la struttura dell’esistenza umana; un’altra è averne coscienza. Tale coscienza può essere evitata, scansata o falsificata. La realtà, no. Colui che fugge dalla consapevolezza della struttura non può sfuggire dal vivere al suo interno. Continua a starci dentro, isolato dall’Ersatz ideologico che ha creato, ma che lo aiuta a sopportare il peso della struttura quando arriva l’impatto di successivi “choc di ritorno”, ora sotto forma di fallimenti e delusione − che, in assenza di disposizioni al pentimento, saranno sempre spiegati come semplici incidenti di percorso; ora sotto forma di coinvolgimento in crimini sempre più odiosi − la cui colpa sarà imputata non ai loro autori, ma alla resistenza ostinata delle vittime che si ribellano, irrazionalmente o per interessi maligni, contro la promessa di un mondo migliore.

All’ultimo stadio della alienazione, i crimini diventeranno noti e nessuno crederà più seriamente al “mondo migliore”. Però, poiché la realtà ormai è restata molto distante per poter essere recuperata, rimane solo una scelta:  tappare le ultime fessure dalle quali possa ancora entrare il senso del reale e l’appello al pentimento; bandire gli ultimi segnali di una coscienza della struttura dell’esistenza.  Ciò può essere ottenuto per mezzo dell’espediente di abbassare tali segnali alla condizione di “prodotti culturali” e, sviando lo sguardo umano della realtà che c’era loro dietro, impugnarli tutti come creazioni arbitrarie delle ideologie passate. È l’ultimo passo della marcia delle ideologie: ridurre tutto a ideologia, discorso, costruzione sociale. È la Terza Realtà infinitamente plastica, docile, malleabile come un testo in preparazione, dentro la quale ci crede già che proibire parole e cambiare il genere dei sostantivi siano forme perfettamente efficaci di cambiare la natura delle cose. L’appello alla realtà diventa, allora, un mero “modo di dire” tra i tanti, e un modo abominevole in modo speciale, perché porta in sé il “rancido autoritario” delle ideologie arcaiche. Quindi, è condannato a sparire dal repertorio delle possibilità umane socialmente ammesse. Il passaggio dal veto formale che è già in vigore nei circoli accademici alla proibizione ufficiale e generale è solo una questione di tempo.

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